Sembra che in questo periodo io guardi soltanto film in un modo o nell’altro passano, sono passati o saranno passati anhe a teatro. E lo faccio anche con gusto. Forse dovrei smettere di vedere film e iniziare ad andare a teatro.
Ovviamente anche R&G sono morti è tratto da una pièce teatrale messa in scena fin dagli anni ’60.
R&G sono due personaggi minori dell’Amleto, i due amici d’infanzia del principe di Danimarca incaricati dallo zio usurpatore di scoprire il motivo della presunta pazzia di Amleto.
Nell’opera di Shakespeare i due personaggi sono poco più che due nomi, sono indistinguibili e rispondono come un solo uomo, si trovano impigliati nella storia senza coprenderla e tantomeno potendola modificare. Anche la loro morte è tanto insignificante da non essere mostrata ma solo riferita nelle ultime battute dall’ambasciatore inglese giunto a Elsinor.
Chi siamo? Cosa facciamo? Non sono solo domande esistenziali per i R&G dell’opera di Stoppard, la loro condizione di personaggi marginali e indefiniti li pone nel mondo incompleti e senza identità. Non sanno nemmeno chi sia l’uno e chi sia l’altro, tentano di capirlo ma senza successo dato che a nessuno di coloro che fanno
R&G si trovano catapultati nei momenti principali della tragedia con beata innocenza, mentre parlano parlano parlano e cercano di capire. Devoo capire che domande fare. Ad Amleto ma prima ancora a loro stessi. E le domande si accavallano e diventano pure un gioco, e anche quando indovinano le domande a mancare sono le risposte.
Il castello di Amleto sembra un palco teatrale labirintico, vagando e discutendo R&G si trovano sempre sulla “scena” al momento giusto, con loro grande stupore, un palco fatto anche di giochi metateatrali, arrivando anche ad una rappresentazione di terzo livello (non so se sia corretto dire così ma tanto per capirci).
R&G sono l’emblema della modernità, l’incomunicabilità, il bisogno ossessivo di fare domande, le scoperte rivoluzionarie che non si accorgono di scoprire ma soprtatutto la loro indefinitezza e incapacità di comprendere e modellare gli eventi e i tempi in cui sono immersi.
Detto così questo film sembra un noiosissimo esercizio di spocchia, ma oltre a essere un film intelligente e affascinante R&G è anche molto divertente grazie all’irresistibile duetto di Gary Oldman e Tim Roth, due grandi attori che cinguettano per tutto il film dialoghi surreali nel loro delizioso inglese shaekespeariano, farcendoli di divertenti giochi letterari ( va da sé che il film deve essere visto tassativamente in inglese visto che con il doppaggio molte cose diventano incomprensibili e si perde gran parte del suo fascino).
Se qualcuno è a conoscenza di una versione dvd con sottotitoli in inglese me lo faccia sapere, e se ne prouri una copia anche per se. Prezioso.
Rent
[id - Columbus - USA 2005]
di RedmondBarry
Per celebrare un decennio di rappresentazioni nei teatri di Broadway Rent diventa un film e raggruppa gran parte del cast originario che ripresenta quindi una messa in scena piacevolmente teatrale: non avendolo mai visto a teatro questa è la mia visione (e ascolto) del musical. Ed è un gran bella sensazione.
In poche parole si tratta di una Bohème di fine millennio, la sceneggiatura è presa pari pari dal libretto dell’opera di Puccini; Parigi diventa New York, lo scrittore musicista o regista e alla TBC si sostistuisce la più moderna e spietata HIV.
E questa sindrome è una presenza costante in tutto il film, i gruppi di supporto, l’AZT e soprattutto tutte le conseguenze psicologiche che essa porta, prima su tutti la possibilità di amare ancora. E questa costante e reale presenza della malattia conferisce al film una vena malinconica, sempre in bilico tra la gioia della celebrazione della vita e dell’amicizia e la consapevolezza della sua caducità; dell’ingiustizia di subire una condizione che a quel tempo (siamo alla fine degli anni ’80) non si conosceva e non si poteva prevenire.
E tutto questo viene amalgamato ed esaltato dalla musica, il cuore di un musical e in questo caso cuore pulsante e bellissimo.
Se guardo i Pinocchio e i Gobbi di casa nostra (sic!), musicati dai Pooh e da Cocciante (sic!) Rent mi sembra una piscina in mezzo al deserto, quasi un miracolo per noi abituati alla Cuccarini.
Rent non ha solo canzoni belle, moderne e coinvolgenti per un musical. Sono belle canzoni a prescindere dalla loro rappresentazioni. Tanto per capirci “This Jesus must die” di JCS è un pezzo di storia del musical e fa la sua porca figura quando viene cantato a teatro o al cinema, ma al di fuori del suo contesto suona abbastanza ridicolo.
Molti dei brani di Rent come One Song o il brano omonimo potrebbero tranquillamente passare sulle radio e brillare di luce propria e una canzone come Out Tonight potrebbe comparire tranquilla mente nelle più raffinate pop-charts.
Divertente, emozionante e un piacere da ascoltare. Che chiedere di più a un musical?
Sinfonia, opera house, videoclip. Difficile trovare una definizione per questo lavoro che ha come suo maggiore punto di forza proprio lìoriginaltà o quantomeno la non tipicità.
Matsumoto mette in scena Discovery dei Daft Punk, un disco che nasce come space-prog-house (spocchia rulez) e che ben si sposa con le visioni fanta-barocche del Matsumoto di Galaxy 999 e di Capitan Harlock, lavori dai quali il disegnatore ricicla pesantemente.
Un’ora e spiccioli di musica e immagini, fatte le dovute proporzioni una specie di Fantasia con l’iconografia “anime” al posto di quella Disney e la musica digitale (bella, bellissima) del duo francese al posto dell’orchestra sinfonica.
Interstella 5555 funge da raccolta, raccordo e espansione dei videoclip prodotti per i songoli dell’album. Una storia di fanta-music-biz (e sto andando in overdose di definizioni trattinate) dove un malvagio manager rapisce i migliori talenti musicali della galassia per schiavizzarli sulla terra e raccogliere abbastanza dischi d’oro (5555 appunto) per poter creare lo strumento di dominio del mondo. Almeno è quello che mi è sembrato di capire dato che la narrazione è affidata solo alla immagini. Non ci sono linee di dialogo, solo la musica a scandire ritmi, tempi e atmosfere.
E quando l’adesione ritmica-emotiva tra musica e video combacia e si sviluppa Interstella diventa un perfetto connubio tra videoclip e film esaltando l’immediatezza emotiva dell’uno e il coinvolgimento narrativo dell’altro. Ma ci sono anche momenti in cui questa simbiosi si sfalda rivelando tutti i limiti e la pochezza dell’apparato narrativo che spesso e volentieri deborda nel ridicolo e nel banale e sono quei momenti in cui viene l’istinto di “skippare” alla traccia successiva.
Resta il piacere di una visione (e ascolto) diversa dal solito, ottima come installazione per un locale all’avanguardia, imperdibile per chi ama “anime” e il duo francese (i.e.: me), prescindibile per chi ama solo una delle due cose, evitabile per tutti gli altri
Pescando tra gli innumerevoli film che mi sono perso l’anno scorso mi ritrovo tra le mani questo Good Night and Good Luck di cui tutti hanno parlato bene e che ha avuto (mi sembra) un bel successo di critica se non anche di botteghino.
Sobrio, elegante, ben recitato, ben girato, quello che volete, solo che è difficile definirlo un film. GNaGL è un docu-fiction, molto più votato al docu che al fiction. I personaggi del film esistono solo nella dimensione storica, perfettamente conosciuta e caratterizzata dal pubblico americano, ignota ed estranea per il resto del pubblico mondiale. Chi è Murrow? Perché decide di intraprendere la sua lotta? Com’è l’America di quegli anni? Perché McCarthy fa quello che fa? Insomma in un documentario basato sullo scontro McCarthy-Murrow queste domande sono forse inutili o qualtomento il regista dà per scontate le risposte, in un documentario non ci interessa il conflitto interiore di Murrow, in un film si. I film raccontano storie, i documentari la storia, in modo più oggettivo possibile. E il massiccio utilizzo di immagini di archivio definisce maggiormente la forma documentaristica, mettendo in secondo piano quella narrativa.
Un film carente di storia o un documentario carente di fatti. A metà strada tra questi due generi GNaGL prende la forma di pamphlet polemico/politico. In generale mette in guardia sulla periolosità della politica fatta l’uso dei media (e ci sono un paio di passaggi che sembrano ritagliati sul nostro amato cavaliere), in particolare vuole esaltare l’importanza delle voci libere del giornalismo e in generale dell’opinione pubblica e stigmatizzare le battaglie politiche dei media (in questo caso giornali) contro personaggi pubblici dalle idee politiche diverse. Un po’ come la repubblicana e filo-bushiana Fox sta facendo contro il povero George.
Importante documento politico-storico-sociale, film presto dimenticato. A ciascuno decidere quale è la caratteristica più importante.
I film sul pugilato si prestano meglio di altri a essere descritti attraverso metafore dato che questo sport è di per se già una metafora sulla vita, sulla morte e su tutta la fatica e il dolore che sta in mezzo. E spesso quando le metafore sono troppo esplicite succede che il film risulti prevedibile e fiacco. Io Cinderella Man non l’ho ancora visto ma dato l’argomento e il regista posso supporre che si tratti di un pastone moralista sul self-made-man e la grandezza di una nazione che concede sempre una seconda chance. Correggetemi se sbaglio.
Nel film di Eastwood ci sono buona parte dei luoghi comuni di questo sottogenere, il vecchio allenatore, il giovane con un sogno, rimpianti, il rapporto genitore-figlio tra i due e così via ma il Monco con il passare degli anni ha acquisito una capacità unica di narrare storie … perfette.
Ecco, perfetto è il termine che meglio sintetizza il valore di questo film. Perfetto nella regia,nella fotografia, nella recitazione ma soprattutto nella narrazione. Calandomi nell’abusata metafora pugilistica Eastwood lavora ai fianchi dello spettatore per buona parte del film. Ci presenta con calma e coerenza i protagonisti, li fa conoscere e ce li fa conoscere, lesinando i dialoghi e rifuggendo dalla verbosità retorica tipica del dramma Hollywoodiano moderno. Sopperisce ai silenzi del protagonista con un elegante e affettuoso voice over di Scrap/Freeman e suggerisce allo spettatore il resto, sempre con molta discrezione. Approfittando della sua attenzione e intelligenza. E quando lo spettatore si è affezionato e abituato a questi due bellissimi personaggi ecco che Eastwood sferra un uno-due mortale. Un colpo deciso e fatale. Bum.
Vedere il vecchio Frankie spezzato dal dolore sussurrare ad una ormai muta Maggie cosa vuol mo cuish… ecco, quello ti atterra, spezza il fiato e ti da la misura di quanto sia stato dannatamente bravo Eastwood a raccontare questa storia. Con un altro regista infatti questo sarebbe probabilmente il momento patetico con archi, lacrime e dissolvenza in bianco e forse tutto il film sarebbe stato una versione al femminile di Rocky V.
Eastwood non ha bisogno di elementi extradiegetici o trucchi,ci ha già portati dalla sua parte, ci ha già convinto. Gli basta mettere sulla bocca del vecchio allenatore poche parole spezzate, gli basta concederci una piccola finestra sull’abisso di tristezza e dolore di Frankie che noi ci perdiamo perché riusciamo davvero a vedere quel dolore. Lo conosciamo.
Un cinema classico, invisibile. Splendido.
Una coppia di nani, l'uomo torso, un mezzo-uomo, la donna barbuta, una coppia di gemelle siamesi, diversi pinhead e l'uomo scheletro.
Questa è parte del cast di Freaks, film del 1932: il regista Tod Browning, che in gioventù aveva lavorato nei circhi ambulanti accoglie nella sua pellicola tutta l'umanità deforme o demente che popolava i freakshow del circo Barnum. Tra i carrozzoni di un circo mette in scena una storia di amore e raggiro:il minuscolo e galante nano Hans si innamora della bellissima trapezista Cleopatra. Questa, venuta a sapere dell'ingente patrimonio lasciato ad Hans decide di sposarlo per poi ucciderlo e, ottenuta l’eredità, spartirla con Ercole, il suo enorme quanto stupido amante.
Ma anche se deformi o mutilati i freaks non sono creature ingenue e stupide. Si accorgono presto del tentativo di Cleopatra di avvelenare Hans e in silenzio decidono di punire la donna. Perchè il codice d'onore dei Freaks prevede una mutua alleanza: chi fa del male a uno di loro dovrà vedersela con tutti gli altri.
E in una notte di tempesta la loro terribile vendetta arriva strisciando nel fango. La scena in cui nani e esseri deformi emergono dall'ombra dei carrozzoni armati di coltelli e pistole per consumare la loro vendetta è a ragione considerate una delle più inquietanti che io abbia mai visto perchè invece di effetti speciali o trucchi cinematografici Browning si limita a tener ferma la mpd e lasciare che sia la sofferenza umana ad avanzare verso di noi. La deformità e il dolore che tutti aborriamo e cerchiamo di scacciare avanza verso Ercole, ferito e impotente, avanza verso la nostra normalità cercando vendetta per i torti ingiustamente subiti.
Browning restitusce dignità a questi uomini e donne che per mestiere vengono scherniti e disprezzati, rovesciando la prospettiva comune di mostri/normali senza indulgere in atteggiamenti pietosi o di commiserazione. I freaks sono uomini, non sott’uomini e se vengono attaccati o minacciati si sanno difendere da soli.
Splendida è anche la sequenza del banchetto di matrimonio nella quale i freaks "accettano" tra di loro la sposa di Hans, recitando la grottesca cantilena diventata famosissima e citatissima in seguito al film: "Ti accettiamo, uno di noi. Gooble Gooble!". In questa scena di festa si coglie la normalità di questi "mostri", la loro voglia di vivere e di divertirsi, il sentimento di orgoglio della loro diversità. E non bisogna dimenticarsi che sono sì attori, ma stanno recitando loro stessi: mostrano al mondo con orgoglio e con il sorriso quello che il mondo non vuole vedere.
Mi sembra ingiusto quindi classificare questa pellicola nel genere horror perchè non c'è la volontà di spaventare o disgustare lo spettatore nè da parte del regista che ha uno sguardo paterno e benevolente su questi uomini nè tantomeno da parte dei Freaks che portano sullo schermo la loro diversità con naturalezza e allegria, senza inutili caricature.
Se proprio bisogna cercare dei mostri Browning ce li indica in Cleopatra e Ercole ma la loro banale malvagità li relega nella parte di comuni villains cinematografici, lasciando il ruolo di protagonista non ad uno ma a tutta la compagnia di Freaks.
Shaun è un tranquillo impiegato in un negozio di elettrodomestici con una precaria relazione sentimentale ormai sul punto di rompersi, un migliore amico e coinquilino che passa le sue giornate davanti ai videogiochi e lo trascina regolarmente ogni sera al pub e delle aspettative dalla vita che non sembrano essere molto elevate. Sfortunatamente per lui, il giorno che, in preda ai postumi di una sbronza, decide di mettere a posto la sua vita e riconquistare la sua ragazza la quasi totalità della popolazione cittadina si è trasformata in zombie.
Edgar Wright e Simon Pegg, rispettivamente regista e protagonista del film oltre che sceneggiatori, in patria sono degli eroi per aver creato 'Spaced' una sit-com in puro stile britannico che dal 1999 a oggi ha conquistato tutto il paese. Shaun of the Dead è il primo lungometraggio a cui lavorano e il risultato, si può dirlo subito, è notevole. Erano anni che non si vedeva una parodia così efficace e, si può dirlo, erano anni che l'Inghilterra non ci regalava un distillato così puro del suo humour nazionale. L'idea è semplice: prendere un classico film di zombie e ribaltare tutti i clichè del genere nel modo più razionale possibile. "Una commedia sentimentale. Con gli zombie" come recita la locandina. E funziona. Accidenti, se funziona. L'intera pellicola è talmente pregna di carica comica che ci si trova spesso a ridere senza alcun motivo preciso, solo guardando il lento ciondolare degli zombie di fronte agli occhi schifati dei protagonisti. La sola idea di come un uomo che fa colazione a coca cola e cornetto gelato possa affrontare orde e orde di zombie insieme al suo coinquilino sovrappeso è sufficiente a lasciarci il sorriso stampato in faccia per tutta la durata del film. Se a questo poi si aggiungono alcune delle gag più intelligenti e spassose di cui abbia memoria da alcuni anni a questa parte, delle ottime interpretazioni e una regia sempre pronta a sottolineare ogni possibile spunto comico, Shaun of the Dead diventa un piccolo gioiello che ci ricorda cosa vuol dire far ridere con stile. Non è che sia più divertente di alcuni dei tanti film comici usciti negli ultimi anni. Ma ognuna delle innumerevoli volte che ci regala una risata lo fa con intelligenza e classe, senza essere mai banale o chiassoso. E non è poco.
Enid (Tora Birch) è una neo-diplomata di 18 anni da sempre pecora nera in una realtà scolastica e sociale fatta di superficialità, omologazione e stereotipi (il Ghost World, immagino, cioè un mondo fatto di cose prive di consistenza, di fantasmi rappresentati da enormi centri commerciali tutti uguali e fast-food tristi e spersonalizzati). Perenemmente in contrasto con praticamente tutte le persone che la circondano, in primis il padre, può contare su una sola persona: Rebecca (Scarlett Johansson), sua coetanea compagna di scuola. Insieme passano intere giornate a criticare il "sistema", a progettare scherzi ai danni di chiunque capiti a tiro, a prendere in giro i passanti: progettano di andare a vivere da sole insieme in una casa tutta loro, ma mentre Rebecca più pratica ha un lavoro e cerca casa, Enid rimanda le scadenze e si limita a sognare. Questa sorta di non-equilibrio si rompe quando Enid fa la conoscenza di Seymour (Steve Buscemi), patetico e solitario collezionista di dischi e modernariato, per cui la ragazza sviluppa un morboso attaccamento e che la porterà a staccarsi da Rebecca e abbandonare l'idea di andare a vivere con lei. Quando poi, col susseguirsi degli eventi, la sua passione per l'uomo sarà ricambiata, sarà lei stessa a tirarsi nuovamente indietro, tornare a cercare Rebecca, per poi, alla fine, non scegliere nè una strada nell'altra.
La critica americana ha incensato questo film come una delle migliori pellicole sull'alienazione giovanile, definendola esilarante e al tempo stesso struggente. E innalzato il personaggio di Tora Birch a nuova eroina del teen drama, descrivendola come la normale evoluzione del personaggio da lei interpretato in American Beauty. Ora, io non mi ritrovo su nessuna delle due posizioni, e credo che per arrivare a sostenere la mia visione di questo film, debba partire proprio dal personaggio di Enid, la protagonista. Per come ho percepito io il film, il personaggio di Enid è tutto tranne che positivo. La sua attitudine nei confronti della vita e della società è un continuo schierarsi contro, senza in realtà un motivo ben preciso. La sua è una posa, e sia che faccia disegni umoristici sulle coppiette che vede nei fast-food, sia che si tinga i capelli di verde e sostenga di vestirsi come i punk anni '70, si capisce che quello che cerca è la alienazione a tutti i costi. Non può essere capita, perchè non vuole essere capita. E quando Rebecca gli
mostra la casa in cui dovrebbero andare a vivere, a lei sembra un posto del cazzo, perchè non vuole mai e comunque confrontarsi con la realtà. Si fa licenziare al primo giorno di lavoro, non perchè non riesce a integrarsi, ma perchè si rifiuta categoricamente di farlo. E' un bastian co e questo si evince soprattutto nella sua incapacità di decidere cosa fare della sua vita: ogni qual volta insegue qualcosa e le si pone la prospettiva di ottenerlo, lei cambia direzione solo per poter continuare a lamentarsi. Tutto le va male, perchè lei stessa rifiuta ogni piccola cosa riesca a ottenere. E quando torna sui suoi passi, è solo per controllare se quella possibilità c'è ancora. La sua vita si basa sul rifiuto incondizionato di tutto ciò che le passa davanti. E' un personaggio diametralmente opposto alla adolescente di American Beauty che sa cosa vuole, che trova in Wes Bentley qualcuno che la capisca e decide di fuggire con lui. Piuttosto assomiglia molto più alla cheerleader interpretata da Mena
Suvari, costruita dall'inizio alla fine, anche se in una direzione completamente diversa. Il suo personaggio manca totalmente di sincerità, di chiarezza... di intelligenza. E il film in realtà non è da buttare per questo motivo. Quanti capolavori hanno protagonisti negativi. Il problema serio di Ghost World è, a mio avviso, una sceneggiatura che, come la protagonista, non prende mai una chiara posizione. Non si capisce se Enid sia l'unica illuminata in una società di superficiali e cretini o una persona che invece non riesce ad allinearsi con la vita, incapace di trovare un posto e starci. Esilarante? Non mi è parso. Dialoghi brillanti? Non mi è proprio sembrato. Il film ha certamente dei momenti felici, ma sono delle isole in un oceano di superficialità. Perchè è questo l'altro problema serio di questa pellicola: del personaggio di Enid vediamo i comportamenti, ma non siamo in grado di spiegarceli. E in questo modo, dandoci delle spiegazioni nostre, arriviamo a posizioni (almeno, io sono arrivato a posizioni), che cozzano con quello che sembra volerci dire il film.
Volendo riassumere, questo film non mi ha toccato. Non mi ha trasmesso nulla. Non mi sono interessato ai personaggi, nè alle loro vicende. E le ottime interpretazioni di tutto il cast e qualche scelta registica più che azzeccata non bastano a salvare una sceneggiatura che fa acqua da tutte le parti. Ghost World è tratto da un fumetto underground che in America è praticamente leggenda. Ghost World ha ricevuto critiche che hanno fatto impallidire il 90% dei film usciti nello stesso anno. Ghost World è stato nominato agli oscar come Miglior sceneggiatura non originale e ha vinto uno scherzetto come gli Independent Spirit Award sempre per la migliore sceneggiatura. Ora, io la mia l'ho detta. Ma fa molto strano remare così controcorrente.