Sembra che in questo periodo io guardi soltanto film in un modo o nell’altro passano, sono passati o saranno passati anhe a teatro. E lo faccio anche con gusto. Forse dovrei smettere di vedere film e iniziare ad andare a teatro.
Ovviamente anche R&G sono morti è tratto da una pièce teatrale messa in scena fin dagli anni ’60.
R&G sono due personaggi minori dell’Amleto, i due amici d’infanzia del principe di Danimarca incaricati dallo zio usurpatore di scoprire il motivo della presunta pazzia di Amleto.
Nell’opera di Shakespeare i due personaggi sono poco più che due nomi, sono indistinguibili e rispondono come un solo uomo, si trovano impigliati nella storia senza coprenderla e tantomeno potendola modificare. Anche la loro morte è tanto insignificante da non essere mostrata ma solo riferita nelle ultime battute dall’ambasciatore inglese giunto a Elsinor.
Chi siamo? Cosa facciamo? Non sono solo domande esistenziali per i R&G dell’opera di Stoppard, la loro condizione di personaggi marginali e indefiniti li pone nel mondo incompleti e senza identità. Non sanno nemmeno chi sia l’uno e chi sia l’altro, tentano di capirlo ma senza successo dato che a nessuno di coloro che fanno
R&G si trovano catapultati nei momenti principali della tragedia con beata innocenza, mentre parlano parlano parlano e cercano di capire. Devoo capire che domande fare. Ad Amleto ma prima ancora a loro stessi. E le domande si accavallano e diventano pure un gioco, e anche quando indovinano le domande a mancare sono le risposte.
Il castello di Amleto sembra un palco teatrale labirintico, vagando e discutendo R&G si trovano sempre sulla “scena” al momento giusto, con loro grande stupore, un palco fatto anche di giochi metateatrali, arrivando anche ad una rappresentazione di terzo livello (non so se sia corretto dire così ma tanto per capirci).
R&G sono l’emblema della modernità, l’incomunicabilità, il bisogno ossessivo di fare domande, le scoperte rivoluzionarie che non si accorgono di scoprire ma soprtatutto la loro indefinitezza e incapacità di comprendere e modellare gli eventi e i tempi in cui sono immersi.
Detto così questo film sembra un noiosissimo esercizio di spocchia, ma oltre a essere un film intelligente e affascinante R&G è anche molto divertente grazie all’irresistibile duetto di Gary Oldman e Tim Roth, due grandi attori che cinguettano per tutto il film dialoghi surreali nel loro delizioso inglese shaekespeariano, farcendoli di divertenti giochi letterari ( va da sé che il film deve essere visto tassativamente in inglese visto che con il doppaggio molte cose diventano incomprensibili e si perde gran parte del suo fascino).
Se qualcuno è a conoscenza di una versione dvd con sottotitoli in inglese me lo faccia sapere, e se ne prouri una copia anche per se. Prezioso.
Dillon/Chinasky/Bukowsky si muove in un orizzonte squallido fatto di infimi locali, letti sporchi, bottiglie vuote e donne sciatte e trasandate. Chinasky si muove in questo stretto orizzonte e si muove pesantemente, lentamente, strascicando, strizzando gli occhi per lenire il mal di testa. Non comunica con gli altri ma si esprime a sospiri, grugniti, rutti e silenzi.
L’azione del film è volutamente senza senso, non si capisce dove stiano andando i protagonisti e neanche il perché delle loro azioni. La mdp segue Chinaski, da un lavoro all’altro, da un letto all’altro, da un bar all’altro, episodi che non raccordano, e non raccontano una storia ma tratteggiano un’affresco composto dai fantasmi dell’American Dream, da tenere nascosti come reietti, quelli che fanno crollare il dogma volere è potere su cui si fonda la grandiosità e supposta superiorità di un intero popolo.
Se Bukowsky ne era il cantore Hamer ne è buon pittore, capace di dipingere la sua tela di niente eppure riempirla, azioni e tempi cigolanti e la capacità tutta scandinava di rendere i silenzi più esplicativi che le parole. Un ottimo connubio quello dei deserti (urbani, umani) e quelli di Hamer (di ghiaccio).
Un film lento, svuotato, antihollywoodiano. Bukowskiano. Credo.
Rent
[id - Columbus - USA 2005]
di RedmondBarry
Per celebrare un decennio di rappresentazioni nei teatri di Broadway Rent diventa un film e raggruppa gran parte del cast originario che ripresenta quindi una messa in scena piacevolmente teatrale: non avendolo mai visto a teatro questa è la mia visione (e ascolto) del musical. Ed è un gran bella sensazione.
In poche parole si tratta di una Bohème di fine millennio, la sceneggiatura è presa pari pari dal libretto dell’opera di Puccini; Parigi diventa New York, lo scrittore musicista o regista e alla TBC si sostistuisce la più moderna e spietata HIV.
E questa sindrome è una presenza costante in tutto il film, i gruppi di supporto, l’AZT e soprattutto tutte le conseguenze psicologiche che essa porta, prima su tutti la possibilità di amare ancora. E questa costante e reale presenza della malattia conferisce al film una vena malinconica, sempre in bilico tra la gioia della celebrazione della vita e dell’amicizia e la consapevolezza della sua caducità; dell’ingiustizia di subire una condizione che a quel tempo (siamo alla fine degli anni ’80) non si conosceva e non si poteva prevenire.
E tutto questo viene amalgamato ed esaltato dalla musica, il cuore di un musical e in questo caso cuore pulsante e bellissimo.
Se guardo i Pinocchio e i Gobbi di casa nostra (sic!), musicati dai Pooh e da Cocciante (sic!) Rent mi sembra una piscina in mezzo al deserto, quasi un miracolo per noi abituati alla Cuccarini.
Rent non ha solo canzoni belle, moderne e coinvolgenti per un musical. Sono belle canzoni a prescindere dalla loro rappresentazioni. Tanto per capirci “This Jesus must die” di JCS è un pezzo di storia del musical e fa la sua porca figura quando viene cantato a teatro o al cinema, ma al di fuori del suo contesto suona abbastanza ridicolo.
Molti dei brani di Rent come One Song o il brano omonimo potrebbero tranquillamente passare sulle radio e brillare di luce propria e una canzone come Out Tonight potrebbe comparire tranquilla mente nelle più raffinate pop-charts.
Divertente, emozionante e un piacere da ascoltare. Che chiedere di più a un musical?
Sinfonia, opera house, videoclip. Difficile trovare una definizione per questo lavoro che ha come suo maggiore punto di forza proprio lìoriginaltà o quantomeno la non tipicità.
Matsumoto mette in scena Discovery dei Daft Punk, un disco che nasce come space-prog-house (spocchia rulez) e che ben si sposa con le visioni fanta-barocche del Matsumoto di Galaxy 999 e di Capitan Harlock, lavori dai quali il disegnatore ricicla pesantemente.
Un’ora e spiccioli di musica e immagini, fatte le dovute proporzioni una specie di Fantasia con l’iconografia “anime” al posto di quella Disney e la musica digitale (bella, bellissima) del duo francese al posto dell’orchestra sinfonica.
Interstella 5555 funge da raccolta, raccordo e espansione dei videoclip prodotti per i songoli dell’album. Una storia di fanta-music-biz (e sto andando in overdose di definizioni trattinate) dove un malvagio manager rapisce i migliori talenti musicali della galassia per schiavizzarli sulla terra e raccogliere abbastanza dischi d’oro (5555 appunto) per poter creare lo strumento di dominio del mondo. Almeno è quello che mi è sembrato di capire dato che la narrazione è affidata solo alla immagini. Non ci sono linee di dialogo, solo la musica a scandire ritmi, tempi e atmosfere.
E quando l’adesione ritmica-emotiva tra musica e video combacia e si sviluppa Interstella diventa un perfetto connubio tra videoclip e film esaltando l’immediatezza emotiva dell’uno e il coinvolgimento narrativo dell’altro. Ma ci sono anche momenti in cui questa simbiosi si sfalda rivelando tutti i limiti e la pochezza dell’apparato narrativo che spesso e volentieri deborda nel ridicolo e nel banale e sono quei momenti in cui viene l’istinto di “skippare” alla traccia successiva.
Resta il piacere di una visione (e ascolto) diversa dal solito, ottima come installazione per un locale all’avanguardia, imperdibile per chi ama “anime” e il duo francese (i.e.: me), prescindibile per chi ama solo una delle due cose, evitabile per tutti gli altri
Pescando tra gli innumerevoli film che mi sono perso l’anno scorso mi ritrovo tra le mani questo Good Night and Good Luck di cui tutti hanno parlato bene e che ha avuto (mi sembra) un bel successo di critica se non anche di botteghino.
Sobrio, elegante, ben recitato, ben girato, quello che volete, solo che è difficile definirlo un film. GNaGL è un docu-fiction, molto più votato al docu che al fiction. I personaggi del film esistono solo nella dimensione storica, perfettamente conosciuta e caratterizzata dal pubblico americano, ignota ed estranea per il resto del pubblico mondiale. Chi è Murrow? Perché decide di intraprendere la sua lotta? Com’è l’America di quegli anni? Perché McCarthy fa quello che fa? Insomma in un documentario basato sullo scontro McCarthy-Murrow queste domande sono forse inutili o qualtomento il regista dà per scontate le risposte, in un documentario non ci interessa il conflitto interiore di Murrow, in un film si. I film raccontano storie, i documentari la storia, in modo più oggettivo possibile. E il massiccio utilizzo di immagini di archivio definisce maggiormente la forma documentaristica, mettendo in secondo piano quella narrativa.
Un film carente di storia o un documentario carente di fatti. A metà strada tra questi due generi GNaGL prende la forma di pamphlet polemico/politico. In generale mette in guardia sulla periolosità della politica fatta l’uso dei media (e ci sono un paio di passaggi che sembrano ritagliati sul nostro amato cavaliere), in particolare vuole esaltare l’importanza delle voci libere del giornalismo e in generale dell’opinione pubblica e stigmatizzare le battaglie politiche dei media (in questo caso giornali) contro personaggi pubblici dalle idee politiche diverse. Un po’ come la repubblicana e filo-bushiana Fox sta facendo contro il povero George.
Importante documento politico-storico-sociale, film presto dimenticato. A ciascuno decidere quale è la caratteristica più importante.
Come per tutti i film tratti da fumetti e in generale per tutte le trasposizioni cinematografiche di opere con una iconografia ben definita e conosciuta, è molto difficile (e spesso futile) separare l’anlisi del film dalla sua matrice originale e tenere spartire i meriti (difetti) all’uno e dell’altro.
Facciamo quindi finta di essere in un mondo dove VpV sia solamente un film prodotto dai fratelli Wachowski e non un (o una?) graphic novel di Moore.
Il Regno Unito del prossimo futuro è la più grande potenza mondiale dominata da un regime totalitario che si è macchiato di orrendi crimini per conquistare il potere. V è il vendicatore mascherato che nella ricorrenza della congiura delle polveri, il 5 novembre, decide di metter in atto il suo piano che porterà al risveglio delle coscienza e al rovesciamento del dittatore.
V inndossa un costume settecentesco tutto nero e una maschera di Guy Fawkes (google it!) che non si toglie mai.
Questa la storia, raccontata e intrecciata con quella di Evey, una bellissima Natalie Portman con un passato doloroso e scelte difficili all’orizzonte.
Un film che tra le tante definizioni descriverei come potente. Non tanto per l’azione, che è limitata rispetto al dialogo e alla narrazione, quanto per la decisione e il manicheismo con cui si confronta con temi (terrorismo, violenza giusta) che al giorno d’oggi si tendono ad affrontare con molta prudenza e troppo politically correct. Il verbo di V non è pace e perdono ma distruzione e vendetta, anzi, V non è più un uomo, Le scelte che compiono i personagggi sono estreme, definitive e liberatorie. E questo fa di VpV un opera viva, non accomodante. Coerente, in un certo senso
La bellezza del film è la bellezza del personaggio di V, anche se forse definirlo personaggio è improprio. V funge più che altro da specchio che (fa) riflette(re) le persone con cui viene a contatto, diretto o indiretto che sia. La persona V è sparita molto tempo prima e sulla pelle morta ne ha costruita un’altra fatta di migliaia di altre pelli fino a renderlo unico e indistinguibile e dunque appropriabile da chiunque ne senta il bisogno e infferabile per chi abbia il bisogno di distruggerlo.
Un film che più che giocare su temi forti del futuro orwelliano insiste sull’utilizzo e la forza dei simboli e dei segni, la potenza del gesto.
Come uso delle produzioni Wachowsky, tanta carne al fuoco, citazioni, rimandi, sottotesti. Come al solito tutto un po’ troppo evidente e grossolano. Ma questa volta gliela facciamo passare visto che il film alla fine piace e diverte. Il regista non lo cito neanche dato che in questo film è inutile, anzi, forse dannoso.
I film sul pugilato si prestano meglio di altri a essere descritti attraverso metafore dato che questo sport è di per se già una metafora sulla vita, sulla morte e su tutta la fatica e il dolore che sta in mezzo. E spesso quando le metafore sono troppo esplicite succede che il film risulti prevedibile e fiacco. Io Cinderella Man non l’ho ancora visto ma dato l’argomento e il regista posso supporre che si tratti di un pastone moralista sul self-made-man e la grandezza di una nazione che concede sempre una seconda chance. Correggetemi se sbaglio.
Nel film di Eastwood ci sono buona parte dei luoghi comuni di questo sottogenere, il vecchio allenatore, il giovane con un sogno, rimpianti, il rapporto genitore-figlio tra i due e così via ma il Monco con il passare degli anni ha acquisito una capacità unica di narrare storie … perfette.
Ecco, perfetto è il termine che meglio sintetizza il valore di questo film. Perfetto nella regia,nella fotografia, nella recitazione ma soprattutto nella narrazione. Calandomi nell’abusata metafora pugilistica Eastwood lavora ai fianchi dello spettatore per buona parte del film. Ci presenta con calma e coerenza i protagonisti, li fa conoscere e ce li fa conoscere, lesinando i dialoghi e rifuggendo dalla verbosità retorica tipica del dramma Hollywoodiano moderno. Sopperisce ai silenzi del protagonista con un elegante e affettuoso voice over di Scrap/Freeman e suggerisce allo spettatore il resto, sempre con molta discrezione. Approfittando della sua attenzione e intelligenza. E quando lo spettatore si è affezionato e abituato a questi due bellissimi personaggi ecco che Eastwood sferra un uno-due mortale. Un colpo deciso e fatale. Bum.
Vedere il vecchio Frankie spezzato dal dolore sussurrare ad una ormai muta Maggie cosa vuol mo cuish… ecco, quello ti atterra, spezza il fiato e ti da la misura di quanto sia stato dannatamente bravo Eastwood a raccontare questa storia. Con un altro regista infatti questo sarebbe probabilmente il momento patetico con archi, lacrime e dissolvenza in bianco e forse tutto il film sarebbe stato una versione al femminile di Rocky V.
Eastwood non ha bisogno di elementi extradiegetici o trucchi,ci ha già portati dalla sua parte, ci ha già convinto. Gli basta mettere sulla bocca del vecchio allenatore poche parole spezzate, gli basta concederci una piccola finestra sull’abisso di tristezza e dolore di Frankie che noi ci perdiamo perché riusciamo davvero a vedere quel dolore. Lo conosciamo.
Un cinema classico, invisibile. Splendido.
Angel-A
[id - Besson - Francia 2005]
di RedmondBarry
Andrè è un piccolo truffatore indebitato con mezza Parigi,un uomo disperato,arrabbiato con il Creatore che decide di farla finita e buttarsi da un ponte.
Ma il Creatore, che sarà pure imperscrutabile ma mai carogna, manda un angelo a salvare il birbantello e a indicargli la retta via e per rendere l'azione salvifica più efficacie lo manda sotto forma di stanga bionda in minigonna di pelle: angelo che si chiama (sorpresa, sorpresa) Angela.
Tra sketch riciclati da altre angel-comedies e dialoghi fiacchi e mal girati (Besson, se hanno inventato i controcampi un motivo ci sarà pure!) si infila anche una improbabile love story tra i due protagonisti che rende il film ufficialmente brutto e ridicolo.
Purtoppo le banalità e i clichè non si limitano alla sola sceneggiatura e sono sapientemente distribuiti su tutta la messa in scena a partire dalla scelta delle location.
Più che ambientato a parigi il film sembra infatti girato nei luoghi comuni del turista americano su Parigi: la torre Eiffel, Notre-Dame, Place de
Vale la pena segnalare la performance di Rie Rasmussen modella danese che interpreta la statuaria Angel-A, tanto bella quanto ridicola nella sua imitazione della recitazione francese (che si articola in: gesticola, allunga il collo e strabuzza gli occhi).
Besson in veste di regista ha notevoli difficoltà a filmare azioni statiche, passando da campi lunghi a totali a primissimi piani in un montaggio (almeno per me) senza senso. Montaggio che poteva andare bene in Leon o Nikita ma che risulta fuori luogo in Angel-A dove i dialoghi tra Andrè e la sua salvatrice sono il motore del film, o almeno dovrebbero.
Una coppia di nani, l'uomo torso, un mezzo-uomo, la donna barbuta, una coppia di gemelle siamesi, diversi pinhead e l'uomo scheletro.
Questa è parte del cast di Freaks, film del 1932: il regista Tod Browning, che in gioventù aveva lavorato nei circhi ambulanti accoglie nella sua pellicola tutta l'umanità deforme o demente che popolava i freakshow del circo Barnum. Tra i carrozzoni di un circo mette in scena una storia di amore e raggiro:il minuscolo e galante nano Hans si innamora della bellissima trapezista Cleopatra. Questa, venuta a sapere dell'ingente patrimonio lasciato ad Hans decide di sposarlo per poi ucciderlo e, ottenuta l’eredità, spartirla con Ercole, il suo enorme quanto stupido amante.
Ma anche se deformi o mutilati i freaks non sono creature ingenue e stupide. Si accorgono presto del tentativo di Cleopatra di avvelenare Hans e in silenzio decidono di punire la donna. Perchè il codice d'onore dei Freaks prevede una mutua alleanza: chi fa del male a uno di loro dovrà vedersela con tutti gli altri.
E in una notte di tempesta la loro terribile vendetta arriva strisciando nel fango. La scena in cui nani e esseri deformi emergono dall'ombra dei carrozzoni armati di coltelli e pistole per consumare la loro vendetta è a ragione considerate una delle più inquietanti che io abbia mai visto perchè invece di effetti speciali o trucchi cinematografici Browning si limita a tener ferma la mpd e lasciare che sia la sofferenza umana ad avanzare verso di noi. La deformità e il dolore che tutti aborriamo e cerchiamo di scacciare avanza verso Ercole, ferito e impotente, avanza verso la nostra normalità cercando vendetta per i torti ingiustamente subiti.
Browning restitusce dignità a questi uomini e donne che per mestiere vengono scherniti e disprezzati, rovesciando la prospettiva comune di mostri/normali senza indulgere in atteggiamenti pietosi o di commiserazione. I freaks sono uomini, non sott’uomini e se vengono attaccati o minacciati si sanno difendere da soli.
Splendida è anche la sequenza del banchetto di matrimonio nella quale i freaks "accettano" tra di loro la sposa di Hans, recitando la grottesca cantilena diventata famosissima e citatissima in seguito al film: "Ti accettiamo, uno di noi. Gooble Gooble!". In questa scena di festa si coglie la normalità di questi "mostri", la loro voglia di vivere e di divertirsi, il sentimento di orgoglio della loro diversità. E non bisogna dimenticarsi che sono sì attori, ma stanno recitando loro stessi: mostrano al mondo con orgoglio e con il sorriso quello che il mondo non vuole vedere.
Mi sembra ingiusto quindi classificare questa pellicola nel genere horror perchè non c'è la volontà di spaventare o disgustare lo spettatore nè da parte del regista che ha uno sguardo paterno e benevolente su questi uomini nè tantomeno da parte dei Freaks che portano sullo schermo la loro diversità con naturalezza e allegria, senza inutili caricature.
Se proprio bisogna cercare dei mostri Browning ce li indica in Cleopatra e Ercole ma la loro banale malvagità li relega nella parte di comuni villains cinematografici, lasciando il ruolo di protagonista non ad uno ma a tutta la compagnia di Freaks.
Dopo che il minuscolo Lord Farquaad è stato tolto di mezzo nel regno delle fiabe è tornata l'armonia, l'ometto di marzapane non rischia più di essere pucciato nel latte caldo, il lupo cattivo può tornare a travestirsi da nonna e Pinocchio non finirà a ravvivare il fuoco di un caminetto. E anche l’orco Shrek può finalmente godersi la sua palude in compagnia della sua sposina fresca di nozze, Fiona. Ma questa, anche se sotto le sembianze di orco verde è pur sempre una principessa: così i suoi genitori, il re e la regina di "Far Far Away" invitano a palazzo la figlia e il novello sposo per dare la loro benedizione al matrimoni. Ovviamente ignari del loro aspetto poco principesco.
E' questo l'incipit di Shrek 2, il seguito del film d'animazione che nel 2001 aveva avuto un successo clamoroso, forse più tra gli adulti che fra i bambini. La comicità del film era infatti rivolta ad un pubblico cresciutello, non certo per la volgarità ma per le citazioni cinematografiche e letterarie che un bambino non può cogliere o per alcune battute che segnano un marcato distaccamento dalla comicità infantile disneyana, come quando Shrek, di fronte all'altisismo e falliforme castello di Duloc si chiede se tutta quella grandiosità non serva a compensare qualcos'altro.
Tutto quello che aveva fatto la fortuna del primo Shrek è riproposto nel secondo episodio. L'animazione digitale non è ancora ai maniacali livelli di perfezione della Pixar ma è pur sempre ottima e le espressioni facciali dei protagonisti sono le più divertenti mai viste. Ancora una volta tutto il film è costellato di una miriade di citazioni, sketch comici e situazioni surreali che sono il serbatoio comico del film e adombrano la trama principale che è pur sempre una fiaba e risulta pertanto un po' mielosa e "telefonata". Da notare anche in questo caso la colonna sonora, piena zeppa di hit degli ultimi 30 anni, da Funkytown a Ricky Martin, assolutamente inadatta ad una fiaba e proprio per questo ottima per aumentare l’effetto comico degli stravolgimenti dei clichè.
Solita abbuffata di superstar al doppiaggio con Mike Myers e Cameron Diaz che prestano la voce ai due orchi innamorati, Eddie Murphy che da vita al personaggio comico meglio riuscito nella storia dell'animazione e Antonio Banderas che interpreta un gigioneggiante gatto con gli stivali, ottimo personaggio lasciato però in secondo piano. Spetta invece a John Cleese (uno dei miei idoli) e a Julie Andrews il compito di dare la voce al re e alla regina. Peccato che tutto questo dispendio di voci famose vada completamente perso nella versione italiana. Vi assicuro che varrebbe la pena guardarselo in lingua originale solo per godersi l'interpretazione di Eddie Murphy, che come attore sarà pure sul viale del tramonto ma la sua verve cabarettistica non è affatto spenta.
Insomma, un degno sequel di uno dei film d'animazione più divertenti di sempre, ma pur sempre un sequel. Manca quella sensazione di freschezza e novità che aveva portato il primo episodio, i personaggi sono riproposti tali e quali e il meccanismo comico non si sposta di una virgola dal suo predecessore. Tanto basta per far ridere un'intera sala cinematografica ma di certo non basta a far entrare questo cartone animato nella storia, come ha già fatto il primo. E aspettiamo Shrek 3 nel 2006.
L’opera prima del neo-regista e sceneggiatore Zach Braff (già protagonista della serie televisiva Scrubs), prodotta da Focus Searchlight, sempre più la Miramax del nuovo millennio, è stata presentata quest’anno al Sundance dove ha raccolto consensi fra pubblico e critica, per poi diventare lentamente l’indie-cult dell’anno. E dopo averlo visto non mi è difficile capire perché. Al di là di tutte le possibili diatribe su cosa si intenda veramente per cinema indipendente e se Garden State rientri o meno nella categoria, è in effetti innegabile che la pellicola metta insieme una serie di ingredienti che sono spesso stati appannaggio di un cinema se non proprio underground, quantomeno più di nicchia rispetto al cinema mainstream americano. I personaggi, la colonna sonora, le scelte registiche, l’atmosfera e le ambientazioni, tutto sembra rifarsi a un registro stilistico codificato negli ultimi anni da autori come Wes e Paul Thomas Anderson, Sophia Coppola, Alexander Payne o Charlie Kaufman e la sua cerchia di fedeli registi. Il timore che avevo nell’avvicinarmi finalmente a questa pellicola che, non lo nascondo, avevo da tempo preso a cuore, stava proprio nel trovarmi di fronte un semplice giocattolino senza anima assemblato ad hoc per catturare l’attenzione di tutti gli indie-kids del caso. Ma procediamo con ordine.
Garden State racconta il ritorno a casa (in New Jersey, il ‘garden state’ del titolo, di cui peraltro è originario lo stesso Braff) dopo diversi anni di Andrew Largeman (Zach Braff) per il funerale della madre. Quello di Largeman è tuttavia anche un ritorno alla vita, avendo deciso di interrompere, dopo la notizia della morte della madre, l’assunzione di psico-farmaci che da dieci anni a questa parte lo costringevano in uno stato di perenne intorpedimento mentale. In questo stato di sensibilità ritrovata affronta il rapporto precario con il padre psichiatra (Ian Holms), riallaccia i rapporti con il migliore amico di una volta (Peter Sarsgaard) e fa la conoscenza della stravagante Sam (Natalie Portman), eventi che finiranno per cambiargli la vita e il suo modo di affrontarla.
Un classico romanzo di formazione della generazione twenty-something che, detto così, non sembrerebbe offrire molto a uno spettatore anche solo un minimo smaliziato. Fortunatamente Garden State ha una marcia in più che si trasforma nel vero motore del film e che risiede nella dimensione assolutamente autoriale della pellicola: Braff riduce il mondo a una sua visione che, per quanto possa a tratti apparire naif, non manca mai, in ogni singola scena, di risultare profondamente sentita e onesta. I movimenti di macchina, la scelta delle canzoni, le parole dei protagonisti, niente sembra forzato o preparato, quanto necessario per raccontare la storia che si sta raccontando.
Il personaggio di Largeman è fortemente autobiografico (attore di discreto successo per un ruolo televisivo, ma dalle dubbie prospettive) e posso dire che era dai tempi di “Harry a pezzi” che non mi imbattevo in un’opera tanto personale. Ogni dialogo tra i protagonisti, addirittura certe scene di particolare gusto sembrano essere uscite da un unico grande sogno che Braff ha inseguito con forza e passione fino a realizzarlo. Certo è un film imperfetto, irregolare, ma che trae forza proprio da queste imperfezioni: Braff non fa mistero della sua vulnerabilità, al contrario mostra il fianco come solo chi non ha il timore di essere giudicato può fare, e questo è decisamente un punto a suo favore. E’ un film che si finisce per amare, senza compromessi, perdonandogli tutte le piccole sbavature tipiche di un’opera prima, perché ci si rende conto che non solo i pregi superano di gran lunga i difetti, ma che non è alla perfezione che mira questo film, ma a lasciare un segno nei nostri cuori, compito nel quale riesce dall’inizio alla fine.
Garden State potrà non essere tra le pellicole migliori che ho visto quest’anno, ma è forse quella che porterò più con me in futuro. Zach Braff è una promessa che non trovo difficile credere farà sempre più parlare di sé in futuro e non credo di esagerare quando dico che se ogni anno avessimo un’opera prima così interessante, il futuro del cinema americano sarebbe più roseo che mai.
Big Fish è un’opera magica, un film a tratti unico, forse l’opera migliore di Burton, di sicuro la più ambiziosa. Il regista americano stravolge le sue “solite” atmosfere gotiche e dark, presentandoci una (non) realtà che sembra l’esatto negativo delle sue opere precedenti: colori brillanti e pastellosi, personaggi e situazioni che anche nei momenti apparentemente più “burtoniani”, la angosciante serenità del paesino di Spectre, o gli alberi semoventi della foresta incantata, mantengono sempre un alone favolistico e fondamentalmente innocuo, e un ottimismo, verrebbe quasi da dire un buonismo, di fondo che di sicuro non hanno riscontro nei suoi passati film.
Un gruppo di soldati torna dalla guerra del golfo, uno di loro è diventato un eroe decorato con la medaglia d'onore per aver eroicamente salvato la sua pattuglia mentre gli altri, poco alla volta, muoiono per cause più o meno naturali.
In realtà però sembra che le cose non stiano esattamente così: sebbene tutti abbiano memoria del sergente Shaw che salva la sua pattuglia, nessuno in realtà si ricorda esattamente che cosa è successo e tutti loro fanno degli strani e inspiegabili sogni su delle manipolazioni sui loro cervelli.
E adesso che Shaw, decorato eroe di guerra, è in corsa come vicepresidente della Casa Bianca il tenente Ben Marco (Denzel Washington) comincia a sospettare che i sogni non siano soltanto le allucinazioni da trauma bellico ma siano effettivamente dei ricordi che in qualche modo sono stati cancellati e che riaffiorano nel sonno.
Si scopre quindi (anche se si capisce dopo cinque minuti di film) che al gruppo di soldati è stato impiantato un "interruttote" nel cervello dalla potentissima multinazionale Manchurian Global, col fine di poter comandare questi uomini e farne arrivare uno alla casa bianca, come un burattino da comandare.
Demme propone un remake dell'omonimo film del 1962 (che non ho visto) con Denzel Washington al posto di Frank Sinatra e una cattivissima e incestuosa Meryl Streep nel ruolo di madre-matrigna del sergente Shaw che fu di Angela Lansbury.
Questo fanta-political.thriller però ha il brutto vizio di non decollare mai. Il montante di tensione, pericolo e tempo-che-stringe che caratterizzano un buon thriller sono decisamente assenti e in uno scontatissimo finale che ricorda il più spento dei DePalma abbiamo il trionfo del buono su una multinazionale subdola e cattiva che voleva dominare il mondo. Tutto già visto, tutto già fatto, tutto da rifare.
E poi se vogliamo dirla tutta il film è piuttosto ingenuo. Non servono microchip in testa per portare le lobby al comando del mondo. Bastano i soldi.
Shaun è un tranquillo impiegato in un negozio di elettrodomestici con una precaria relazione sentimentale ormai sul punto di rompersi, un migliore amico e coinquilino che passa le sue giornate davanti ai videogiochi e lo trascina regolarmente ogni sera al pub e delle aspettative dalla vita che non sembrano essere molto elevate. Sfortunatamente per lui, il giorno che, in preda ai postumi di una sbronza, decide di mettere a posto la sua vita e riconquistare la sua ragazza la quasi totalità della popolazione cittadina si è trasformata in zombie.
Edgar Wright e Simon Pegg, rispettivamente regista e protagonista del film oltre che sceneggiatori, in patria sono degli eroi per aver creato 'Spaced' una sit-com in puro stile britannico che dal 1999 a oggi ha conquistato tutto il paese. Shaun of the Dead è il primo lungometraggio a cui lavorano e il risultato, si può dirlo subito, è notevole. Erano anni che non si vedeva una parodia così efficace e, si può dirlo, erano anni che l'Inghilterra non ci regalava un distillato così puro del suo humour nazionale. L'idea è semplice: prendere un classico film di zombie e ribaltare tutti i clichè del genere nel modo più razionale possibile. "Una commedia sentimentale. Con gli zombie" come recita la locandina. E funziona. Accidenti, se funziona. L'intera pellicola è talmente pregna di carica comica che ci si trova spesso a ridere senza alcun motivo preciso, solo guardando il lento ciondolare degli zombie di fronte agli occhi schifati dei protagonisti. La sola idea di come un uomo che fa colazione a coca cola e cornetto gelato possa affrontare orde e orde di zombie insieme al suo coinquilino sovrappeso è sufficiente a lasciarci il sorriso stampato in faccia per tutta la durata del film. Se a questo poi si aggiungono alcune delle gag più intelligenti e spassose di cui abbia memoria da alcuni anni a questa parte, delle ottime interpretazioni e una regia sempre pronta a sottolineare ogni possibile spunto comico, Shaun of the Dead diventa un piccolo gioiello che ci ricorda cosa vuol dire far ridere con stile. Non è che sia più divertente di alcuni dei tanti film comici usciti negli ultimi anni. Ma ognuna delle innumerevoli volte che ci regala una risata lo fa con intelligenza e classe, senza essere mai banale o chiassoso. E non è poco.
Enid (Tora Birch) è una neo-diplomata di 18 anni da sempre pecora nera in una realtà scolastica e sociale fatta di superficialità, omologazione e stereotipi (il Ghost World, immagino, cioè un mondo fatto di cose prive di consistenza, di fantasmi rappresentati da enormi centri commerciali tutti uguali e fast-food tristi e spersonalizzati). Perenemmente in contrasto con praticamente tutte le persone che la circondano, in primis il padre, può contare su una sola persona: Rebecca (Scarlett Johansson), sua coetanea compagna di scuola. Insieme passano intere giornate a criticare il "sistema", a progettare scherzi ai danni di chiunque capiti a tiro, a prendere in giro i passanti: progettano di andare a vivere da sole insieme in una casa tutta loro, ma mentre Rebecca più pratica ha un lavoro e cerca casa, Enid rimanda le scadenze e si limita a sognare. Questa sorta di non-equilibrio si rompe quando Enid fa la conoscenza di Seymour (Steve Buscemi), patetico e solitario collezionista di dischi e modernariato, per cui la ragazza sviluppa un morboso attaccamento e che la porterà a staccarsi da Rebecca e abbandonare l'idea di andare a vivere con lei. Quando poi, col susseguirsi degli eventi, la sua passione per l'uomo sarà ricambiata, sarà lei stessa a tirarsi nuovamente indietro, tornare a cercare Rebecca, per poi, alla fine, non scegliere nè una strada nell'altra.
La critica americana ha incensato questo film come una delle migliori pellicole sull'alienazione giovanile, definendola esilarante e al tempo stesso struggente. E innalzato il personaggio di Tora Birch a nuova eroina del teen drama, descrivendola come la normale evoluzione del personaggio da lei interpretato in American Beauty. Ora, io non mi ritrovo su nessuna delle due posizioni, e credo che per arrivare a sostenere la mia visione di questo film, debba partire proprio dal personaggio di Enid, la protagonista. Per come ho percepito io il film, il personaggio di Enid è tutto tranne che positivo. La sua attitudine nei confronti della vita e della società è un continuo schierarsi contro, senza in realtà un motivo ben preciso. La sua è una posa, e sia che faccia disegni umoristici sulle coppiette che vede nei fast-food, sia che si tinga i capelli di verde e sostenga di vestirsi come i punk anni '70, si capisce che quello che cerca è la alienazione a tutti i costi. Non può essere capita, perchè non vuole essere capita. E quando Rebecca gli
mostra la casa in cui dovrebbero andare a vivere, a lei sembra un posto del cazzo, perchè non vuole mai e comunque confrontarsi con la realtà. Si fa licenziare al primo giorno di lavoro, non perchè non riesce a integrarsi, ma perchè si rifiuta categoricamente di farlo. E' un bastian co e questo si evince soprattutto nella sua incapacità di decidere cosa fare della sua vita: ogni qual volta insegue qualcosa e le si pone la prospettiva di ottenerlo, lei cambia direzione solo per poter continuare a lamentarsi. Tutto le va male, perchè lei stessa rifiuta ogni piccola cosa riesca a ottenere. E quando torna sui suoi passi, è solo per controllare se quella possibilità c'è ancora. La sua vita si basa sul rifiuto incondizionato di tutto ciò che le passa davanti. E' un personaggio diametralmente opposto alla adolescente di American Beauty che sa cosa vuole, che trova in Wes Bentley qualcuno che la capisca e decide di fuggire con lui. Piuttosto assomiglia molto più alla cheerleader interpretata da Mena
Suvari, costruita dall'inizio alla fine, anche se in una direzione completamente diversa. Il suo personaggio manca totalmente di sincerità, di chiarezza... di intelligenza. E il film in realtà non è da buttare per questo motivo. Quanti capolavori hanno protagonisti negativi. Il problema serio di Ghost World è, a mio avviso, una sceneggiatura che, come la protagonista, non prende mai una chiara posizione. Non si capisce se Enid sia l'unica illuminata in una società di superficiali e cretini o una persona che invece non riesce ad allinearsi con la vita, incapace di trovare un posto e starci. Esilarante? Non mi è parso. Dialoghi brillanti? Non mi è proprio sembrato. Il film ha certamente dei momenti felici, ma sono delle isole in un oceano di superficialità. Perchè è questo l'altro problema serio di questa pellicola: del personaggio di Enid vediamo i comportamenti, ma non siamo in grado di spiegarceli. E in questo modo, dandoci delle spiegazioni nostre, arriviamo a posizioni (almeno, io sono arrivato a posizioni), che cozzano con quello che sembra volerci dire il film.
Volendo riassumere, questo film non mi ha toccato. Non mi ha trasmesso nulla. Non mi sono interessato ai personaggi, nè alle loro vicende. E le ottime interpretazioni di tutto il cast e qualche scelta registica più che azzeccata non bastano a salvare una sceneggiatura che fa acqua da tutte le parti. Ghost World è tratto da un fumetto underground che in America è praticamente leggenda. Ghost World ha ricevuto critiche che hanno fatto impallidire il 90% dei film usciti nello stesso anno. Ghost World è stato nominato agli oscar come Miglior sceneggiatura non originale e ha vinto uno scherzetto come gli Independent Spirit Award sempre per la migliore sceneggiatura. Ora, io la mia l'ho detta. Ma fa molto strano remare così controcorrente.
livello 0
The Village è un film Horror. Un minuscolo villaggio, in un tempo non ben definito, la piccola comunità vive un silenzioso accordo con le Creature Innominabili che abitano il bosco che circoda il villaggio. Le Creature non attaccheranno gli abitanti se questi non varcheranno i confini del bosco, delimitato da torce accese e pali su cui sono issate bandiere gialle. Il giallo infatti ammansisce le bestie mentre il rosso, colore vietato nel villaggio, le fa adirare.
Tutti sono terrorizzati dall'idea di attraversare il bosco, tutti tranne due persone. Noah, lo scemo del villaggio e Lucius, ragazzo taciturno che vuole arrivare nella Città per traovare medicinali e evitare inutili morti.
Ma un giorno la tregua viene rotta, il bestiame viene trovato ucciso e spellato e sulle porte delle case vengono dipinte delle striscie rosse. Le creature sono adirate. Come fare per placarle.
Il film, l'ho detto, è un horror ma non fa paura. Ci sono giusto un paio di scene che ti fanno sobbalzare ma niente di più. Il secondo tempo poi è fiacco, per non parlare del finale. Come film horror quindi, è un pessimo film.
livello 1
The Village non è un film horror, è una metafora sulla paura e sul dolore. Questo villaggio è l'uomo, Il bosco (come sempre) rappresenta l'ignoto e le creature del bosco sono la paura. Tutti hanno paura. Solo due non hanno paura: lo scemo e l'eroe.
Nessuno nel villaggio si inoltra nel bosco, nessuno affronta le sue paure. Preferiscono stare tutti al sicuro, nei confini ben delineati, alla luce delle torce. Ma questo non basta per stere sicuri. I pericoli non sono quelli che vengono da fuori, anzi, quelli più gravi sono proprio quelli che ci creiamo noi. Vengono da dentro il villaggio. Un bel film, mascherato e pubblicizzato come Horror, in realtà molto più sottile e raffinato.
Volendo fare paragoni azzardati, e mantenendo le dovute distanze, questo Shyamalan mi ha ricordato il Kubrick di Orizzonti di gloria, dove l'uomo, appiattito nelle trincee non si rende conto che quelli da cui deve guardarsi sono quelli che condividono con lui il rifugio, quelli che sono dalla sua parte.
livello 2 (spoiler)
The Village non è un film Horror, è si una metafora sulla paura e sul dolore ma è qualcosa di più. E' una potente allegoria sulla situazione della società americana. Non penso sia fazioso o una forzatura leggerlo in questo modo perchè se un'opera d'arte è frutto di scelte individuali e contingenze storiche allora appare chiaro quello che Shyalaman ci mostra.
Gli anziani del villaggio tengono tutti gli altri abitanti ostaggi della paura. Da quando sono nati raccontano loro che nel bosco che circonda il loro villaggio abitano creature innominabili e che l'unico modo per non farle adirare è quello di non superare i confini e non mostrare mai il colore rosso (altro che maccartismo).
In realtà non esiste proprio nessuna Creatura nel bosco. Sono gli stessi anziani che hanno confezionato un minaccioso costume per far apparire di tanto in tanto il mostro e mantenere viva la leggenda.
Gli anziani pensano di fare il bene dei loro compaesani, tenendoli lontani da un mondo che a loro aveva portato solo dolore. Tenendoli nell'ignoranza e nella superstizione.
Ma la vera sicurezza non deve venire da un invisibile nemico esterno, il nemico è già nel villaggio. Così, quando Noah lo scemo accoltella Lucius per gelosia, qualcuno è costretto ad uscire dal villaggio per trovare delle medicine. Qualcuno dovrà uscire, sapere la verità, e tornare nel villaggio.
E chi mandano? Una ragazza cieca.
Notorious dovrebbe essere uno dei capolavori di Alfred Hitchcock. In realtà non ho capito perchè.
Il film è una storia d'amore in cui si inserisce abbastanza vagamente una trama di spionaggio e nazisti rifugiati in Brasile. Ma i nazisti e la bomba che cercano di costruire non interessano veramente. Quello che interessa è vedere come Cary Grant reagisca al fatto che la sua amata Ingrid Bergman per infiltrarsi nella casa dei nazisti debba sposare un altro uomo (interpretato da Claude Rains). Solo che lo sviluppo drammatico è totalmente assente e la soluzione del film avviene in una delle scene più fiacche della filmografia del regista inglese.
Uno dei classicissimi del cinefilo. Padre e precursore di quella bellissima corrente cinematografica che è stata l'espressionismo tedesco. Film del 1920, ovviamente muto, racconta una storia vagamente horror in poco meno di un'ora (almeno nella versione italiana) ricorrendo però a strumenti scenografici e a espedienti narrativi davvero interessanti.
Il film è un lungo flashback, introdotto da Franz che esordisce con "Quella è la mia ragazza. Insieme abbiamo passato una strana avventura. Ve la racconterò". E veniamo quindi a conoscenza della sua storia, nel quale un misterioso Dottor Caligari utilizza un ragzzo sonnambulo per commettere efferati omicidi di cui è vitima proprio un amico del narratore.
Inquadratura a volo d'uccello. Notte. Un taxi si muove per le enorme highway di Los Angeles. Poche macchine in giro. Sembrerebbe perduto nella notte.
Inquadratura frontale sulla machcina. Alla guida Max, un tipo tranquillo che guarda preoccupato nello specchietto retrovisore. Sul sedile posteriore, separato da un vetro è seduto Vincent. Un killer dall'aria tranquilla. Il volto è seminascosto dalle scritte sul vetro. Regole, le regole del taxi
Non vi dispiace vero se lascio il titolo originale? Perchè a mettere quello che hanno scelto i mai troppo disprezzati distributori italiani sembrerebbe essere il seguito del pessimo "una settimana da Dio" (citato nel trailer italiano... aagh). E probabilmente è quello che hanno pensato metà degli spettatori al cinema che a metà film (e alcuni prima) se ne sono andati schifati, proprio come era successo per "Ubriaco D'amore" Tanto meglio, dicevo io, ma in realtà, li volevo prendere a calci. Uno a uno.
Uno di quei film che non mi stanco mai di guardare, splendido sotto tutti i punti di vista.
E' la versione cinematografica della omonima piece teatrale di shaffer sulla leggenda dell'assassino di Mozart da parte di Salieri, ricostruita grazie al racconto che un vecchio Salieri fa ad un giovane prete che viene a confessarlo in manicomio. L'interpretazione di F. Murray Abrahams di Salieri è una delle prove recitative più emozionanti e commoventi che io abbia mai visto ma ottimo è anche Tom Hulce nei panni di un fanciullesco e irriverente Mozart, che entra nella storia del cinema con la sua inimitabile risata che mette sulle labbra del compositore.
Antoine Doinel è mio amico, l'ho visto ragazzino, incasinato come pochi, dove riceve la sua più grande delusione dalle donne, da sua madre. Poi l'ho rivisto a diciotto anni, con le prime cotte e i primi rifiuti. L'ho rivisto poco più che ventenne, ormai un uomo, alla ricerca del grande amore.Lo trova in Christine e adesso me lo ritrovo che fa il maritino e addirittura il papà. Certo, non sarà il marito ideale, non è uno con la testa sulle spalle il mio amico Antoine, si è distratto un attimo con il fascino esotico della giapponesina ma Non Drammatizziamo... è solo Questione di Corna, l'amore è un'altra cosa e l'amore è solo per Christine.

La Trama: Ruben Pfeffer (Ben Stiller),prudentissimo assicuratore e esperto di rischi, viene bellamente cornificato dalla moglie in viaggio di nozze. Tornato a NY inizia a a frequanetare Polly Prince (Jennifer Aniston) su ex compagna di classe e inguaribile casinista. E ovviamente si rende conto che è meglio non programare tutto nella vita.
Gli ingredienti per fare una commedia divertente c'erano. Bhe se non altro gli attori, Stiller è un ottimo comico, la Aniston è ormai navigata da anni di Friends e una spalla come P.S. Hoffman fa sempre il suo ottimo lavoro. Invece l'amalgama è talmente debole che non funziona niente. Non si ride se non in un paio di scene piuttosto volgari, la storia d'amore non appassiona perchè non c'è ne conflitto ne una forte attrazione.