mercoledì, aprile 05, 2006

Factotum
[id - Hamer - USA/NOR 2005]
di RedmondBarry

Dillon/Chinasky/Bukowsky si muove in un orizzonte squallido fatto di infimi locali, letti sporchi, bottiglie vuote e donne sciatte e trasandate. Chinasky si muove in questo stretto orizzonte e si muove pesantemente, lentamente, strascicando, strizzando gli occhi per lenire il mal di testa. Non comunica con gli altri ma si esprime a sospiri, grugniti, rutti e silenzi.
L’azione del film è volutamente senza senso, non si capisce dove stiano andando i protagonisti e neanche il perché delle loro azioni. La mdp segue Chinaski, da un lavoro all’altro, da un letto all’altro, da un bar all’altro, episodi che non raccordano, e non raccontano una storia ma tratteggiano un’affresco composto dai fantasmi dell’American Dream, da tenere nascosti come reietti, quelli che fanno crollare il dogma volere è potere su cui si fonda la grandiosità e supposta superiorità di un intero popolo.
Se Bukowsky ne era il cantore Hamer ne è buon pittore, capace di dipingere la sua tela di niente eppure riempirla, azioni e tempi cigolanti e la capacità tutta scandinava di rendere i silenzi più esplicativi che le parole. Un ottimo connubio quello dei deserti (urbani, umani) e quelli di Hamer (di ghiaccio).
Un film lento, svuotato, antihollywoodiano. Bukowskiano. Credo.

 


postato da: RedmondBarry alle ore aprile 05, 2006 16:00 | link | commenti (2)
categorie: recensioni, prime visioni
giovedì, marzo 30, 2006

V per vendetta
[V for Vendetta - McTeigue - USA/Ger 2005]
di RedmondBarry

Come per tutti i film tratti da fumetti e in generale per tutte le trasposizioni cinematografiche di opere con una iconografia ben definita e conosciuta, è molto difficile (e spesso futile) separare l’anlisi del film dalla sua matrice originale e tenere spartire i meriti (difetti) all’uno e dell’altro.
Facciamo quindi finta di essere in un mondo dove VpV sia solamente un film prodotto dai fratelli Wachowski e non un (o una?) graphic novel di Moore.
Il Regno Unito del prossimo futuro è la più grande potenza mondiale dominata da un regime totalitario che si è macchiato di orrendi crimini per conquistare il potere. V è il vendicatore mascherato che nella ricorrenza della congiura delle polveri, il 5 novembre, decide di metter in atto il suo piano che porterà al risveglio delle coscienza e al rovesciamento del dittatore.
V inndossa un costume settecentesco tutto nero e una maschera di Guy Fawkes (google it!) che non si toglie mai.
Questa la storia, raccontata e intrecciata con quella di Evey, una bellissima Natalie Portman con un passato doloroso e scelte difficili all’orizzonte.
Un film che tra le tante definizioni descriverei come potente. Non tanto per l’azione, che è limitata rispetto al dialogo e alla narrazione, quanto per la decisione e il manicheismo con cui si confronta con temi (terrorismo, violenza giusta) che al giorno d’oggi si tendono ad affrontare con molta prudenza e troppo politically correct. Il verbo di V non è pace e perdono ma distruzione e vendetta, anzi, V non è più un uomo,  Le scelte che compiono i personagggi sono estreme, definitive e liberatorie. E questo fa di VpV un opera viva, non accomodante. Coerente, in un certo senso
La bellezza del film è la bellezza del  personaggio di V, anche se forse definirlo personaggio è improprio. V funge più che altro da specchio che (fa) riflette(re) le persone con cui viene a contatto, diretto o indiretto che sia. La persona V è sparita molto tempo prima e sulla pelle morta ne ha costruita un’altra fatta di migliaia di altre pelli fino a renderlo unico e indistinguibile e dunque appropriabile da chiunque ne senta il bisogno e infferabile per chi abbia il bisogno di distruggerlo.
Un film che più che giocare su temi forti del futuro orwelliano insiste sull’utilizzo e la forza dei simboli e dei segni, la potenza del gesto.
Come uso delle produzioni Wachowsky, tanta carne al fuoco, citazioni, rimandi, sottotesti. Come al solito tutto un po’ troppo evidente e grossolano. Ma questa volta gliela facciamo passare visto che il film alla fine piace e diverte. Il regista non lo cito neanche dato che in questo film è inutile, anzi, forse dannoso.


postato da: RedmondBarry alle ore marzo 30, 2006 13:03 | link | commenti (1)
categorie: recensioni, prime visioni
domenica, marzo 19, 2006

Angel-A

[id - Besson - Francia 2005]

di RedmondBarry

Andrè è un piccolo truffatore indebitato con mezza Parigi,un uomo disperato,arrabbiato con il Creatore che decide di farla finita e buttarsi da un ponte.
Ma il Creatore, che sarà pure imperscrutabile ma mai carogna, manda un angelo a salvare il birbantello e a indicargli la retta via e per rendere l'azione salvifica più efficacie lo manda sotto forma di stanga bionda in minigonna di pelle: angelo che si chiama (sorpresa, sorpresa) Angela.
Tra sketch riciclati da altre angel-comedies e dialoghi fiacchi e mal girati (Besson, se hanno inventato i controcampi un motivo ci sarà pure!) si infila anche una improbabile love story tra i due protagonisti che rende il film ufficialmente brutto e ridicolo.
Purtoppo le banalità e i clichè non si limitano alla sola sceneggiatura e sono sapientemente distribuiti su tutta la messa in scena a partire dalla scelta delle location.
Più che ambientato a parigi il film sembra infatti girato nei luoghi comuni del turista americano su Parigi: la torre Eiffel, Notre-Dame, Place de la Concorde e i baton mouche. Ambientazoni che oltre essere banali mal si adattano con la dimensione di piccolo malvivente di Andrè e rendono il film (girato in un bianco e nero che tende a cambiare ad ogni sequenza) fastidiosamente patinato.
Vale la pena segnalare la performance di Rie Rasmussen modella danese che interpreta la statuaria Angel-A, tanto bella quanto ridicola nella sua imitazione della recitazione francese (che si articola in: gesticola, allunga il collo e strabuzza gli occhi).
Besson in veste di regista ha notevoli difficoltà a filmare azioni statiche, passando da campi lunghi a totali a primissimi piani in un montaggio (almeno per me) senza senso. Montaggio che poteva andare bene in Leon o Nikita ma che risulta fuori luogo in Angel-A dove i dialoghi tra Andrè e la sua salvatrice sono il motore del film, o almeno dovrebbero.
 Di buono in questo film c'è l'intepretazione di Jamel Debbouze, il Lucien di Amélie, che riesce grazie alla sua bravura a far dimenticare al pubblico la sua grave menomazione fisica. E un bravo anche a Besson. Non credo che ci siano molto registi disposti ad affidare la parte del protagonista a un attore privo di un braccio, c'è il forte rischio che il pubblico pensi per tutto il film "ma è senza braccio per davvero o fa finta?" distraendosi dalla storia. Il suo coraggio è stato ripagato dall'ottimo lavoro di Debbouze, peccato solo che tutto il resto sia pessimo.


postato da: RedmondBarry alle ore marzo 19, 2006 19:30 | link | commenti (8)
categorie: recensioni, prime visioni
giovedì, novembre 18, 2004

Shrek 2

[id - anim - USA 2004]

di RedmondBarry

Dopo che il minuscolo Lord Farquaad è stato tolto di mezzo nel regno delle fiabe è tornata l'armonia, l'ometto di marzapane non rischia più di essere pucciato nel latte caldo, il lupo cattivo può tornare a travestirsi da nonna e Pinocchio non finirà a ravvivare il fuoco di un caminetto. E anche l’orco Shrek può finalmente godersi la sua palude in compagnia della sua sposina fresca di nozze, Fiona. Ma questa, anche se sotto le sembianze di orco verde è pur sempre una principessa: così i suoi genitori, il re e la regina di "Far Far Away" invitano a palazzo la figlia e il novello sposo per dare la loro benedizione al matrimoni. Ovviamente ignari del loro aspetto poco principesco.

E' questo l'incipit di Shrek 2, il seguito del film d'animazione che nel 2001 aveva avuto un successo clamoroso, forse più tra gli adulti che fra i bambini. La comicità del film era infatti rivolta ad un pubblico cresciutello, non certo per la volgarità ma per le citazioni cinematografiche e letterarie che un bambino non può cogliere o per alcune battute che segnano un marcato distaccamento dalla comicità infantile disneyana, come quando Shrek, di fronte all'altisismo e falliforme castello di Duloc si chiede se tutta quella grandiosità non serva a compensare qualcos'altro.

Tutto quello che aveva fatto la fortuna del primo Shrek è riproposto nel secondo episodio. L'animazione digitale non è ancora ai maniacali livelli di perfezione della Pixar ma è pur sempre ottima e le espressioni facciali dei protagonisti sono le più divertenti mai viste. Ancora una volta tutto il film è costellato di una miriade di citazioni, sketch comici e situazioni surreali che sono il serbatoio comico del film e adombrano la trama principale che è pur sempre una fiaba e risulta pertanto un po' mielosa e "telefonata". Da notare anche in questo caso la colonna sonora, piena zeppa di hit degli ultimi 30 anni, da Funkytown a Ricky Martin, assolutamente inadatta ad una fiaba e proprio per questo ottima per aumentare l’effetto comico degli stravolgimenti dei clichè.
Solita abbuffata di superstar al doppiaggio con Mike Myers e Cameron Diaz che prestano la voce ai due orchi innamorati, Eddie Murphy che da vita al personaggio comico meglio riuscito nella storia dell'animazione e Antonio Banderas che interpreta un gigioneggiante gatto con gli stivali, ottimo personaggio lasciato però in secondo piano. Spetta invece a John Cleese (uno dei miei idoli) e a Julie Andrews il compito di dare la voce al re e alla regina. Peccato che tutto questo dispendio di voci famose vada completamente perso nella versione italiana. Vi assicuro che varrebbe la pena guardarselo in lingua originale solo per godersi l'interpretazione di Eddie Murphy, che come attore sarà pure sul viale del tramonto ma la sua verve cabarettistica non è affatto spenta.

Insomma, un degno sequel di uno dei film d'animazione più divertenti di sempre, ma pur sempre un sequel. Manca quella sensazione di freschezza e novità che aveva portato il primo episodio, i personaggi sono riproposti tali e quali e il meccanismo comico non si sposta di una virgola dal suo predecessore. Tanto basta per far ridere un'intera sala cinematografica ma di certo non basta a far entrare questo cartone animato nella storia, come ha già fatto il primo. E aspettiamo Shrek 3 nel 2006.


postato da: RedmondBarry alle ore novembre 18, 2004 12:45 | link | commenti (7)
categorie: recensioni, prime visioni
mercoledì, novembre 17, 2004

Garden State

[id - Zach Braff - USA 2004]

di Dedalus1

L’opera prima del neo-regista e sceneggiatore Zach Braff (già protagonista della serie televisiva Scrubs), prodotta da Focus Searchlight, sempre più la Miramax del nuovo millennio, è stata presentata quest’anno al Sundance dove ha raccolto consensi fra pubblico e critica, per poi diventare lentamente l’indie-cult dell’anno. E dopo averlo visto non mi è difficile capire perché. Al di là di tutte le possibili diatribe su cosa si intenda veramente per cinema indipendente e se Garden State rientri o meno nella categoria, è in effetti innegabile che la pellicola metta insieme una serie di ingredienti che sono spesso stati appannaggio di un cinema se non proprio underground, quantomeno più di nicchia rispetto al cinema mainstream americano. I personaggi, la colonna sonora, le scelte registiche, l’atmosfera e le ambientazioni, tutto sembra rifarsi a un registro stilistico codificato negli ultimi anni da autori come Wes e Paul Thomas Anderson, Sophia Coppola, Alexander Payne o Charlie Kaufman e la sua cerchia di fedeli registi. Il timore che avevo nell’avvicinarmi finalmente a questa pellicola che, non lo nascondo, avevo da tempo preso a cuore, stava proprio nel trovarmi di fronte un semplice giocattolino senza anima assemblato ad hoc per catturare l’attenzione di tutti gli indie-kids del caso. Ma procediamo con ordine.

Garden State racconta il ritorno a casa (in New Jersey, il ‘garden state’ del titolo, di cui peraltro è originario lo stesso Braff) dopo diversi anni di Andrew Largeman (Zach Braff) per il funerale della madre. Quello di Largeman è tuttavia anche un ritorno alla vita, avendo deciso di interrompere, dopo la notizia della morte della madre, l’assunzione di psico-farmaci che da dieci anni a questa parte lo costringevano in uno stato di perenne intorpedimento mentale. In questo stato di sensibilità ritrovata affronta il rapporto precario con il padre psichiatra (Ian Holms), riallaccia i rapporti con il migliore amico di una volta (Peter Sarsgaard) e fa la conoscenza della stravagante Sam (Natalie Portman), eventi che finiranno per cambiargli la vita e il suo modo di affrontarla.

Un classico romanzo di formazione della generazione twenty-something che, detto così, non sembrerebbe offrire molto a uno spettatore anche solo un minimo smaliziato. Fortunatamente Garden State ha una marcia in più che si trasforma nel vero motore del film e che risiede nella dimensione assolutamente autoriale della pellicola: Braff riduce il mondo a una sua visione che, per quanto possa a tratti apparire naif, non manca mai, in ogni singola scena, di risultare profondamente sentita e onesta. I movimenti di macchina, la scelta delle canzoni, le parole dei protagonisti, niente sembra forzato o preparato, quanto necessario per raccontare la storia che si sta raccontando.

Il personaggio di Largeman è fortemente autobiografico (attore di discreto successo per un ruolo televisivo, ma dalle dubbie prospettive) e posso dire che era dai tempi di “Harry a pezzi” che non mi imbattevo in un’opera tanto personale. Ogni dialogo tra i protagonisti, addirittura certe scene di particolare gusto sembrano essere uscite da un unico grande sogno che Braff ha inseguito con forza e passione fino a realizzarlo. Certo è un film imperfetto, irregolare, ma che trae forza proprio da queste imperfezioni: Braff non fa mistero della sua vulnerabilità, al contrario mostra il fianco come solo chi non ha il timore di essere giudicato può fare, e questo è decisamente un punto a suo favore. E’ un film che si finisce per amare, senza compromessi, perdonandogli tutte le piccole sbavature tipiche di un’opera prima, perché ci si rende conto che non solo i pregi superano di gran lunga i difetti, ma che non è alla perfezione che mira questo film, ma a lasciare un segno nei nostri cuori, compito nel quale riesce dall’inizio alla fine.

Garden State potrà non essere tra le pellicole migliori che ho visto quest’anno, ma è forse quella che porterò più con me in futuro. Zach Braff è una promessa che non trovo difficile credere farà sempre più parlare di sé in futuro e non credo di esagerare quando dico che se ogni anno avessimo un’opera prima così interessante, il futuro del cinema americano sarebbe più roseo che mai.














postato da: dedalus1 alle ore novembre 17, 2004 11:59 | link | commenti (4)
categorie: recensioni, prime visioni
sabato, novembre 13, 2004

Tha Manchurian Candidate

[id - Demme - Usa 2004]

di RedmondBarry

Un gruppo di soldati torna dalla guerra del golfo, uno di loro è diventato un eroe decorato con la medaglia d'onore per aver eroicamente salvato la sua pattuglia mentre gli altri, poco alla volta, muoiono per cause più o meno naturali.
In realtà però sembra che le cose non stiano esattamente così: sebbene tutti abbiano memoria del sergente Shaw che salva la sua pattuglia, nessuno in realtà si ricorda esattamente che cosa è successo e tutti loro fanno degli strani e inspiegabili sogni su delle manipolazioni sui loro cervelli.
E adesso che Shaw, decorato eroe di guerra, è in corsa come vicepresidente della Casa Bianca il tenente Ben Marco (Denzel Washington) comincia a sospettare che i sogni non siano soltanto le allucinazioni da trauma bellico ma siano effettivamente dei ricordi che in qualche modo sono stati cancellati e che riaffiorano nel sonno. Si scopre quindi (anche se si capisce dopo cinque minuti di film) che al gruppo di soldati è stato impiantato un "interruttote" nel cervello dalla potentissima multinazionale Manchurian Global, col fine di poter comandare questi uomini e farne arrivare uno alla casa bianca, come un burattino da comandare.

Demme propone un remake dell'omonimo film del 1962 (che non ho visto) con Denzel Washington al posto di Frank Sinatra e una cattivissima e incestuosa Meryl Streep nel ruolo di madre-matrigna del sergente Shaw che fu di Angela Lansbury.
Questo fanta-political.thriller però ha il brutto vizio di non decollare mai. Il montante di tensione, pericolo e tempo-che-stringe che caratterizzano un buon thriller sono decisamente assenti e in uno scontatissimo finale che ricorda il più spento dei DePalma abbiamo il trionfo del buono su una multinazionale subdola e cattiva che voleva dominare il mondo. Tutto già visto, tutto già fatto, tutto da rifare.
E poi se vogliamo dirla tutta il film è piuttosto ingenuo. Non servono microchip in testa per portare le lobby al comando del mondo. Bastano i soldi.


postato da: RedmondBarry alle ore novembre 13, 2004 13:42 | link | commenti (2)
categorie: recensioni, prime visioni
domenica, novembre 07, 2004

The Village

[id - Shyamalan - USA 2004]

di RedmondBarry

livello 0
The Village è un film Horror. Un minuscolo villaggio, in un tempo non ben definito, la piccola comunità vive un silenzioso accordo con le Creature Innominabili che abitano il bosco che circoda il villaggio. Le Creature non attaccheranno gli abitanti se questi non varcheranno i confini del bosco, delimitato da torce accese e pali su cui sono issate bandiere gialle. Il giallo infatti ammansisce le bestie mentre il rosso, colore vietato nel villaggio, le fa adirare.
Tutti sono terrorizzati dall'idea di attraversare il bosco, tutti tranne due persone. Noah, lo scemo del villaggio e Lucius, ragazzo taciturno che vuole arrivare nella Città per traovare medicinali e evitare inutili morti.
Ma un giorno la tregua viene rotta, il bestiame viene trovato ucciso e spellato e sulle porte delle case vengono dipinte delle striscie rosse. Le creature sono adirate. Come fare per placarle.
Il film, l'ho detto, è un horror ma non fa paura. Ci sono giusto un paio di scene che ti fanno sobbalzare ma niente di più. Il secondo tempo poi è fiacco, per non parlare del finale. Come film horror quindi, è un pessimo film.

livello 1
The Village non è un film horror, è una metafora sulla paura e sul dolore. Questo villaggio è l'uomo, Il bosco (come sempre) rappresenta l'ignoto e le creature del bosco sono la paura. Tutti hanno paura. Solo due non hanno paura: lo scemo e l'eroe.
Nessuno nel villaggio si inoltra nel bosco, nessuno affronta le sue paure. Preferiscono stare tutti al sicuro, nei confini ben delineati, alla luce delle torce. Ma questo non basta per stere sicuri. I pericoli non sono quelli che vengono da fuori, anzi, quelli più gravi sono proprio quelli che ci creiamo noi. Vengono da dentro il villaggio. Un bel film, mascherato e pubblicizzato come Horror, in realtà molto più sottile e raffinato.
Volendo fare paragoni azzardati, e mantenendo le dovute distanze, questo Shyamalan mi ha ricordato il Kubrick di Orizzonti di gloria, dove l'uomo, appiattito nelle trincee non si rende conto che quelli da cui deve guardarsi sono quelli che condividono con lui il rifugio, quelli che sono dalla sua parte.

livello 2 (spoiler)
The Village non è un film Horror, è si una metafora sulla paura e sul dolore ma è qualcosa di più. E' una potente allegoria sulla situazione della società americana. Non penso sia fazioso o una forzatura leggerlo in questo modo perchè se un'opera d'arte è frutto di scelte individuali e contingenze storiche allora appare chiaro quello che Shyalaman ci mostra.
Gli anziani del villaggio tengono tutti gli altri abitanti ostaggi della paura. Da quando sono nati raccontano loro che nel bosco che circonda il loro villaggio abitano creature innominabili e che l'unico modo per non farle adirare è quello di non superare i confini e non mostrare mai il colore rosso (altro che maccartismo).
In realtà non esiste proprio nessuna Creatura nel bosco. Sono gli stessi anziani che hanno confezionato un minaccioso costume per far apparire di tanto in tanto il mostro e mantenere viva la leggenda.
Gli anziani pensano di fare il bene dei loro compaesani, tenendoli lontani da un mondo che a loro aveva portato solo dolore. Tenendoli nell'ignoranza e nella superstizione.
Ma la vera sicurezza non deve venire da un invisibile nemico esterno, il nemico è già nel villaggio. Così, quando Noah lo scemo accoltella Lucius per gelosia, qualcuno è costretto ad uscire dal villaggio per trovare delle medicine. Qualcuno dovrà uscire, sapere la verità, e tornare nel villaggio.
E chi mandano? Una ragazza cieca.


postato da: RedmondBarry alle ore novembre 07, 2004 13:45 | link | commenti (10)
categorie: recensioni, prime visioni