Inside Man
[id - Lee - Usa 2006]
di RedmondBarry
Se la forza dei film di genere è quella del gioco tra regista e spettatore Spike Lee decide di esplicitarne le regole e delimitar il campo da gioco. Le regole ci sono spiegate dal rapinatore Cliwe owen e il campo delimitato dai cordoni rossi della polizia che separano e circondano la banca.
Le pedine ini campo sono a loro volta giocatori, giocano a carte coperte tra di loro e verso di noi.
E il gioco è quello di un bank-robbing-movie, i rapinatori tengono in ostaggio i clienti della banca, il negoziatore interviene, la faccenda si complica dato che non-tutto-è-ciò-che-sembra, c’è il riconoscimento dell’intelligenza avversaria e l’andamento scacchistico.
La risoluzione della vicenda è piacevolmente anomala anche se non sorprendentemente ganassa come avviene, ad esempio, in un Ocean’s Eleven, la sceneggiatura ben oliata e un ottimo cast di attori fa funzionare a dovere il film ma lascia forse noscosto lo stile e il carattere di Spike Lee.
Cimentandosi in un film di genere ne accetta le regole e le sue classiche tematiche sono relegate in secondo o terzo piano, i problemi legati alla multietnicità newyorkese serpeggiano per tutto il film e vengono alla luce in episodi estranei all’economia del film come il dialogo con il poliziotto italo-americano e il maltrattamento del commesso indiano e sprazzi di una società impaurita dal diverso. Un po’ come dire “si, sto facendo un film di rapina ma sono sempre Spike Lee”.
