Dillon/Chinasky/Bukowsky si muove in un orizzonte squallido fatto di infimi locali, letti sporchi, bottiglie vuote e donne sciatte e trasandate. Chinasky si muove in questo stretto orizzonte e si muove pesantemente, lentamente, strascicando, strizzando gli occhi per lenire il mal di testa. Non comunica con gli altri ma si esprime a sospiri, grugniti, rutti e silenzi.
L’azione del film è volutamente senza senso, non si capisce dove stiano andando i protagonisti e neanche il perché delle loro azioni. La mdp segue Chinaski, da un lavoro all’altro, da un letto all’altro, da un bar all’altro, episodi che non raccordano, e non raccontano una storia ma tratteggiano un’affresco composto dai fantasmi dell’American Dream, da tenere nascosti come reietti, quelli che fanno crollare il dogma volere è potere su cui si fonda la grandiosità e supposta superiorità di un intero popolo.
Se Bukowsky ne era il cantore Hamer ne è buon pittore, capace di dipingere la sua tela di niente eppure riempirla, azioni e tempi cigolanti e la capacità tutta scandinava di rendere i silenzi più esplicativi che le parole. Un ottimo connubio quello dei deserti (urbani, umani) e quelli di Hamer (di ghiaccio).
Un film lento, svuotato, antihollywoodiano. Bukowskiano. Credo.
