Peccato. Peccato che Steamboy non soddisfi le mie (enormi) aspettative, la memoria di Akira era forse troppo forte nel mio cuore e il nuovo anime di Otomo non gli ruba neanche un piccolo spazio.
Pescando tra gli innumerevoli film che mi sono perso l’anno scorso mi ritrovo tra le mani questo Good Night and Good Luck di cui tutti hanno parlato bene e che ha avuto (mi sembra) un bel successo di critica se non anche di botteghino.
Sobrio, elegante, ben recitato, ben girato, quello che volete, solo che è difficile definirlo un film. GNaGL è un docu-fiction, molto più votato al docu che al fiction. I personaggi del film esistono solo nella dimensione storica, perfettamente conosciuta e caratterizzata dal pubblico americano, ignota ed estranea per il resto del pubblico mondiale. Chi è Murrow? Perché decide di intraprendere la sua lotta? Com’è l’America di quegli anni? Perché McCarthy fa quello che fa? Insomma in un documentario basato sullo scontro McCarthy-Murrow queste domande sono forse inutili o qualtomento il regista dà per scontate le risposte, in un documentario non ci interessa il conflitto interiore di Murrow, in un film si. I film raccontano storie, i documentari la storia, in modo più oggettivo possibile. E il massiccio utilizzo di immagini di archivio definisce maggiormente la forma documentaristica, mettendo in secondo piano quella narrativa.
Un film carente di storia o un documentario carente di fatti. A metà strada tra questi due generi GNaGL prende la forma di pamphlet polemico/politico. In generale mette in guardia sulla periolosità della politica fatta l’uso dei media (e ci sono un paio di passaggi che sembrano ritagliati sul nostro amato cavaliere), in particolare vuole esaltare l’importanza delle voci libere del giornalismo e in generale dell’opinione pubblica e stigmatizzare le battaglie politiche dei media (in questo caso giornali) contro personaggi pubblici dalle idee politiche diverse. Un po’ come la repubblicana e filo-bushiana Fox sta facendo contro il povero George.
Importante documento politico-storico-sociale, film presto dimenticato. A ciascuno decidere quale è la caratteristica più importante.
Come per tutti i film tratti da fumetti e in generale per tutte le trasposizioni cinematografiche di opere con una iconografia ben definita e conosciuta, è molto difficile (e spesso futile) separare l’anlisi del film dalla sua matrice originale e tenere spartire i meriti (difetti) all’uno e dell’altro.
Facciamo quindi finta di essere in un mondo dove VpV sia solamente un film prodotto dai fratelli Wachowski e non un (o una?) graphic novel di Moore.
Il Regno Unito del prossimo futuro è la più grande potenza mondiale dominata da un regime totalitario che si è macchiato di orrendi crimini per conquistare il potere. V è il vendicatore mascherato che nella ricorrenza della congiura delle polveri, il 5 novembre, decide di metter in atto il suo piano che porterà al risveglio delle coscienza e al rovesciamento del dittatore.
V inndossa un costume settecentesco tutto nero e una maschera di Guy Fawkes (google it!) che non si toglie mai.
Questa la storia, raccontata e intrecciata con quella di Evey, una bellissima Natalie Portman con un passato doloroso e scelte difficili all’orizzonte.
Un film che tra le tante definizioni descriverei come potente. Non tanto per l’azione, che è limitata rispetto al dialogo e alla narrazione, quanto per la decisione e il manicheismo con cui si confronta con temi (terrorismo, violenza giusta) che al giorno d’oggi si tendono ad affrontare con molta prudenza e troppo politically correct. Il verbo di V non è pace e perdono ma distruzione e vendetta, anzi, V non è più un uomo, Le scelte che compiono i personagggi sono estreme, definitive e liberatorie. E questo fa di VpV un opera viva, non accomodante. Coerente, in un certo senso
La bellezza del film è la bellezza del personaggio di V, anche se forse definirlo personaggio è improprio. V funge più che altro da specchio che (fa) riflette(re) le persone con cui viene a contatto, diretto o indiretto che sia. La persona V è sparita molto tempo prima e sulla pelle morta ne ha costruita un’altra fatta di migliaia di altre pelli fino a renderlo unico e indistinguibile e dunque appropriabile da chiunque ne senta il bisogno e infferabile per chi abbia il bisogno di distruggerlo.
Un film che più che giocare su temi forti del futuro orwelliano insiste sull’utilizzo e la forza dei simboli e dei segni, la potenza del gesto.
Come uso delle produzioni Wachowsky, tanta carne al fuoco, citazioni, rimandi, sottotesti. Come al solito tutto un po’ troppo evidente e grossolano. Ma questa volta gliela facciamo passare visto che il film alla fine piace e diverte. Il regista non lo cito neanche dato che in questo film è inutile, anzi, forse dannoso.
Il Caimano
[Moretti - Italia 2006]
di RedmondBarry
Iniziamo subito dicendo che politica o meno, Berlusconi o meno, Il Caimano è un film bellissimo.
Tutti (quasi) si aspettavano da Moretti un feroce phamplet anti-berlusconiano, un 9/11 all’italiana, sul sito dei giovani di FI (sigh) si proponeva di boicottare il film prima ancora di averlo visto, le reazioni dei politici, è antidemocratico, fa bene al centodestra, fa bene al centrosinistra, i comunisti alla ribalta… insomma si sono detto un sacco di cazzate (scusate il francesismo) col tipico savoir faire italiano del “buttiamola in caciara.. poi si vedrà”.
Il film, prima ancora che uscisse, era diventato un evento politico più che cinematografico,alla anteprima della stampa c’erano più giornalisti politici e editorialisti che critici. Un insulto al cinema. Al contrario del film, che è un atto di amore verso il cinema.
Ma allora tutto il Berlusconi che c’è nel film? Berlusconi è lo sfondo e il territorio in cui si muovono i personaggi. Lo dice spesso nel film, Berlusconi è l’Italia negli ultimi vent’anni, ormai le vecchi antagonismi destra-sinistra, cattolici-atei sono superati, uniti e umiliato in un unico grande antagonismo tra berlusconiani e anti-berlusconiani. Berlusconi ha segnato nel bene(?) e nel male(!) la vita italiana, non solo quella politica. Il Berlusconi di Moretti più che una persona in carne ed ossa è una Mantra per liberarsi una volta per tutte dall’ossessione Italiana su Berlusconi e una antidoto personale, psicologico più che politico, por sopravvivre in questa epoca berlusconicentrica. Insomma una vera e propria boccata d’aria.
C’è il livello puramente narrativo, quello dove si muovono Bruno, sua moglie, Teresa e tutti gli altri personaggi. Già da solo questo livello sarebbe sufficiente per un grande film, gli attori sono tutti bravissimi ed è il film più divertente di Moretti da anni. Si ride e di gusto, non il vecchio sorriso di complicità comunista dei film precedenti.
C’è poi il livello metafilmico, il fuminannte esordio di CataRatte, vecchia pellicola prodotta da Bruno da cui è tratto anche lo spassosissimo episodio della morte critico culinario (e ci sarebbe da approfondire l’ossessione di moretti per le cucine). Ma soprattutto c’è l’unica scena girata del Caimano, l’ultimo giorno del processo contro il Caimano. Una sequenza che conclude il film in maniera grandiosa anche se mette i brividi. Provare per credere.
E infine (o doveva essere al principio?)c’è un terzo “livello”, più sottile che serpeggia per tutto il film. E’ la parte che Moretti si ritaglia se stesso nel film. E’ l’attore arrogante che alla fine interpreta il Caimano nel film. Il Moretti attore non sembra dialogare con gli altri personaggi ma piuttosto parla direttamente agli spettatori in sala, prima rassicurandoli, che non è un film su Berlusconi, che non serve fare film politici perché chi non vuol vedere non vede e chi vuole ha già visto e facendoli ridere con inequivocabili ammiccamenti.
Ma nella prima scena del caimano metafilm e prima del caimano film il Moretti-attore cambia il registro con cui si rivolge agli spettatori. Con uno stile conciso, asciutto e severo delinea un panorama agghiacciante della fine del Berlusconismo.
Certo, parlare di Casablanca in un blog di cinema è persino scontato, e non mi sembra neanche il caso di fare la recensione su cosa fa Curtiz e cosa fa Bogey eccetera eccetera. Il fatto è che ieri volevo uscire, andare al cinema, guardare un film nuovo dopo tanto tempo e di film belli ce ne sono parecchi. E invece mi sono ritrovato sul divano con il dvd di Casablanca nel lettore, a rivederlo forse per la decima volta, recitando le battute a memoria, innamorandomi ancora di Ingrid Bergman, emozionandomi di di nuovo fin quasi alle lacrime quando Laszlo fa suonare
Alla fine della visione ho cercato di capirne il perché e nel tentativo di trovare una risposta lancio il documentario che è negli extra del dvd. Lo presenta Lauren Bacall che esordisce più o meno dicendo “Ma quale è il segreto che ha reso questo film immortale e visto da milioni di persone? Il segreto sta in un potente storia d’amore”. Spengo. Lauren, bella, brava ma ti sbagli di grosso. Forse la storia d’amore fra Bogey e Ingrid può aver reso grande il film nel 1942 quando erano due star e gli spettatori, beati loro, molto più ingenui.
Ma a me, spettatore degli anni 00, cinico, smaliziato e cinefilo la storia d’amore tra i due non è che convinca molto. Anche perché io tra Blaine e Laszlo di certo non avrei scelto il primo,e di certo non quello di Parigi che non aveva neanche lo charme dell’uomo ferito e deluso dalla vita. No, non è la storia d’amore che fa di Casablanca il mio film preferito.
Forse invece Casablanca è diventato Casablanca perché trasuda cinema da ogni poro come pochi altri film al mondo. Basta vedere la prima sequenza: inquadratura su un bruttissimo sfondo che dovrebbe rappresentare Casablanca che si abbassa per riprendere la casbah brulicante di gente. Curtiz ti dice: siamo a Casablanca ma tu sai benissimo che non siamo a Casablanca, siamo in uno studio cinematografico che vorrebbe riprodurla. Ecco, l’innocenza di questo artificio è la bellezza del cinema, un segreto accordo tra spettatore e regista: raccontami una bella storia, io ti crederò.
E in questo caso lo spettatore è fortunato perché la storia che Curtiz e gli altri raccontano è bellissima, una storia di guerra, amore, frustrazione e orgoglio. Ma senza metafore o sottotesti: solo la storia di queste persone, amateli, appassionatevi e incontrateli di nuovo quando volete. Personaggi straordinari, attori sublimi.
Come ci si può scordare di Ugarte, anche se lo si vede solo per pochi minuti? Gli occhi di Peter Lorre valgono da soli l’intero film. O il capitano Renault, con la bellssima faccia di Claude Rains, che quando Rick gli punta la pistola al cuore lo avverte che sta mirando al suo punto meno sensibile. Battuta forse inutile ma fantastica. E Laszlo sarà pure un invasato e un po’ fissato con il salvare il mondo ma quando zittisce quei brutti nazisti e fa alzare in piedi tutto l’orgoglio francese? Beh, gli avrei offerto anche io da bere di corsa come fanno i soldati francesi. Ed è difficile anche dimenticare il giorno in cui i tedeschi sono entrati a parigi visto attraverso gli occhi di Rick: “I remember every detail. The Germans wore gray, you wore blue.”.Silenzio estatico.
Insomma, è davvero impossibile non amare Casablanca, è un figliol prodigo del cinema. Nemmeno Curtiz e compagni sapevano cosa stavano per mettere al mondo, non erano poi tanto sicuri del successo di quel film, che in fondo non era diverso da molti film usciti in quegli anni, forse non si erano accorti del cocktail perfetto che avevano creato, che avevano dato alla luce una creatura immortale.
E scommetto che ogni volta che Rick e il capitano si allontanano nella nebbia, se potessi vedermi, avrei la stessa identica faccia di Allan Felix quando le luci della sala si accendono. Che poi è la meraviglia del cinema.
“Here’s looking at you, kid”
I film sul pugilato si prestano meglio di altri a essere descritti attraverso metafore dato che questo sport è di per se già una metafora sulla vita, sulla morte e su tutta la fatica e il dolore che sta in mezzo. E spesso quando le metafore sono troppo esplicite succede che il film risulti prevedibile e fiacco. Io Cinderella Man non l’ho ancora visto ma dato l’argomento e il regista posso supporre che si tratti di un pastone moralista sul self-made-man e la grandezza di una nazione che concede sempre una seconda chance. Correggetemi se sbaglio.
Nel film di Eastwood ci sono buona parte dei luoghi comuni di questo sottogenere, il vecchio allenatore, il giovane con un sogno, rimpianti, il rapporto genitore-figlio tra i due e così via ma il Monco con il passare degli anni ha acquisito una capacità unica di narrare storie … perfette.
Ecco, perfetto è il termine che meglio sintetizza il valore di questo film. Perfetto nella regia,nella fotografia, nella recitazione ma soprattutto nella narrazione. Calandomi nell’abusata metafora pugilistica Eastwood lavora ai fianchi dello spettatore per buona parte del film. Ci presenta con calma e coerenza i protagonisti, li fa conoscere e ce li fa conoscere, lesinando i dialoghi e rifuggendo dalla verbosità retorica tipica del dramma Hollywoodiano moderno. Sopperisce ai silenzi del protagonista con un elegante e affettuoso voice over di Scrap/Freeman e suggerisce allo spettatore il resto, sempre con molta discrezione. Approfittando della sua attenzione e intelligenza. E quando lo spettatore si è affezionato e abituato a questi due bellissimi personaggi ecco che Eastwood sferra un uno-due mortale. Un colpo deciso e fatale. Bum.
Vedere il vecchio Frankie spezzato dal dolore sussurrare ad una ormai muta Maggie cosa vuol mo cuish… ecco, quello ti atterra, spezza il fiato e ti da la misura di quanto sia stato dannatamente bravo Eastwood a raccontare questa storia. Con un altro regista infatti questo sarebbe probabilmente il momento patetico con archi, lacrime e dissolvenza in bianco e forse tutto il film sarebbe stato una versione al femminile di Rocky V.
Eastwood non ha bisogno di elementi extradiegetici o trucchi,ci ha già portati dalla sua parte, ci ha già convinto. Gli basta mettere sulla bocca del vecchio allenatore poche parole spezzate, gli basta concederci una piccola finestra sull’abisso di tristezza e dolore di Frankie che noi ci perdiamo perché riusciamo davvero a vedere quel dolore. Lo conosciamo.
Un cinema classico, invisibile. Splendido.
Angel-A
[id - Besson - Francia 2005]
di RedmondBarry
Andrè è un piccolo truffatore indebitato con mezza Parigi,un uomo disperato,arrabbiato con il Creatore che decide di farla finita e buttarsi da un ponte.
Ma il Creatore, che sarà pure imperscrutabile ma mai carogna, manda un angelo a salvare il birbantello e a indicargli la retta via e per rendere l'azione salvifica più efficacie lo manda sotto forma di stanga bionda in minigonna di pelle: angelo che si chiama (sorpresa, sorpresa) Angela.
Tra sketch riciclati da altre angel-comedies e dialoghi fiacchi e mal girati (Besson, se hanno inventato i controcampi un motivo ci sarà pure!) si infila anche una improbabile love story tra i due protagonisti che rende il film ufficialmente brutto e ridicolo.
Purtoppo le banalità e i clichè non si limitano alla sola sceneggiatura e sono sapientemente distribuiti su tutta la messa in scena a partire dalla scelta delle location.
Più che ambientato a parigi il film sembra infatti girato nei luoghi comuni del turista americano su Parigi: la torre Eiffel, Notre-Dame, Place de
Vale la pena segnalare la performance di Rie Rasmussen modella danese che interpreta la statuaria Angel-A, tanto bella quanto ridicola nella sua imitazione della recitazione francese (che si articola in: gesticola, allunga il collo e strabuzza gli occhi).
Besson in veste di regista ha notevoli difficoltà a filmare azioni statiche, passando da campi lunghi a totali a primissimi piani in un montaggio (almeno per me) senza senso. Montaggio che poteva andare bene in Leon o Nikita ma che risulta fuori luogo in Angel-A dove i dialoghi tra Andrè e la sua salvatrice sono il motore del film, o almeno dovrebbero.