venerdì, marzo 31, 2006

Steamboy
[Suchîmubôi - Otomo - Jpn 2004]
di RedmondBarry

Peccato. Peccato che Steamboy non soddisfi le mie (enormi) aspettative, la memoria di Akira era forse troppo forte nel mio cuore e il nuovo anime di Otomo non gli ruba neanche un piccolo spazio.
Intendiamoci, il film di Otomo è di ottima fattura, denso di spunti interessanti. ma spunti mai colti appieno, mai sviluppati.

Otomo imbastisce una splendida londra vittoriana steam-punk, dove la tecnologia del vapore ha raggiunto il suo apice e permette di dare vita a immensi macchinari, veicoli e robot. Il protagonista è Ray, un ragazzo ultimo nato di una famiglia di geniali inventori e scienziati, che alla vigilia della grande esposizione di Londra si trova coinvolto in un conflitto per accaparrarsi il dispositivo decisivo per dominare la tecnologia bellica.

Mischiando lotte familiari, etica scientifica e riflessioni sulla natura umana la sceneggiatura avanza incerta, trattando tutti i temi con superficialità e sopratutto trascurando la caratterizzazione dei personaggi e le loro dinamiche comportamentali. Anche graficamente si nota una cura approssimativa dei protagonisti, mentre un tratto più originale e convincente è destinato ai personaggi secondari.

Probabilmente in forma di manga (ma esiste?) Steamboy sarebbe una capolavoro, dando tempo alla matita di Otomo di tratteggiare personaggi e sviluppare la bellissima ambientazione che è sfrutata davvero male. Peccato.

postato da: RedmondBarry alle ore marzo 31, 2006 11:24 | link | commenti (2)
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giovedì, marzo 30, 2006

Good Night and Good Luck
[id - Clooney - USA 2005]
di Redmondbarry

Pescando tra gli innumerevoli film che mi sono perso l’anno scorso mi ritrovo tra le mani questo Good Night and Good Luck di cui tutti hanno parlato bene e che ha avuto (mi sembra) un bel successo di critica se non anche di botteghino.
Sobrio, elegante, ben recitato, ben girato, quello che volete, solo che è difficile definirlo un film. GNaGL è un docu-fiction, molto più votato al docu che al fiction. I personaggi del film esistono solo nella dimensione storica, perfettamente conosciuta e caratterizzata dal pubblico americano, ignota ed estranea per il resto del pubblico mondiale. Chi è Murrow? Perché decide di intraprendere la sua lotta? Com’è l’America di quegli anni? Perché McCarthy fa quello che fa? Insomma in un documentario basato sullo scontro McCarthy-Murrow queste domande sono forse inutili o qualtomento il regista dà per scontate le risposte, in un documentario non ci interessa il conflitto interiore di Murrow, in un film si. I film raccontano storie, i documentari la storia, in modo più oggettivo possibile. E il massiccio utilizzo di immagini di archivio definisce maggiormente la forma documentaristica, mettendo in secondo piano quella narrativa.
Un film carente di storia o un documentario carente di fatti. A metà strada tra questi due generi GNaGL prende la forma di pamphlet polemico/politico. In generale mette in guardia sulla periolosità della politica fatta l’uso dei media (e ci sono un paio di passaggi che sembrano ritagliati sul nostro amato cavaliere), in particolare vuole esaltare l’importanza delle voci libere del giornalismo e in generale dell’opinione pubblica e stigmatizzare le battaglie politiche dei media (in questo caso giornali) contro personaggi pubblici dalle idee politiche diverse. Un po’ come la repubblicana e filo-bushiana Fox sta facendo contro il povero George.
Importante documento politico-storico-sociale, film presto dimenticato. A ciascuno decidere quale è la caratteristica più importante.

 


postato da: RedmondBarry alle ore marzo 30, 2006 13:36 | link | commenti
categorie: recensioni, recuperi

V per vendetta
[V for Vendetta - McTeigue - USA/Ger 2005]
di RedmondBarry

Come per tutti i film tratti da fumetti e in generale per tutte le trasposizioni cinematografiche di opere con una iconografia ben definita e conosciuta, è molto difficile (e spesso futile) separare l’anlisi del film dalla sua matrice originale e tenere spartire i meriti (difetti) all’uno e dell’altro.
Facciamo quindi finta di essere in un mondo dove VpV sia solamente un film prodotto dai fratelli Wachowski e non un (o una?) graphic novel di Moore.
Il Regno Unito del prossimo futuro è la più grande potenza mondiale dominata da un regime totalitario che si è macchiato di orrendi crimini per conquistare il potere. V è il vendicatore mascherato che nella ricorrenza della congiura delle polveri, il 5 novembre, decide di metter in atto il suo piano che porterà al risveglio delle coscienza e al rovesciamento del dittatore.
V inndossa un costume settecentesco tutto nero e una maschera di Guy Fawkes (google it!) che non si toglie mai.
Questa la storia, raccontata e intrecciata con quella di Evey, una bellissima Natalie Portman con un passato doloroso e scelte difficili all’orizzonte.
Un film che tra le tante definizioni descriverei come potente. Non tanto per l’azione, che è limitata rispetto al dialogo e alla narrazione, quanto per la decisione e il manicheismo con cui si confronta con temi (terrorismo, violenza giusta) che al giorno d’oggi si tendono ad affrontare con molta prudenza e troppo politically correct. Il verbo di V non è pace e perdono ma distruzione e vendetta, anzi, V non è più un uomo,  Le scelte che compiono i personagggi sono estreme, definitive e liberatorie. E questo fa di VpV un opera viva, non accomodante. Coerente, in un certo senso
La bellezza del film è la bellezza del  personaggio di V, anche se forse definirlo personaggio è improprio. V funge più che altro da specchio che (fa) riflette(re) le persone con cui viene a contatto, diretto o indiretto che sia. La persona V è sparita molto tempo prima e sulla pelle morta ne ha costruita un’altra fatta di migliaia di altre pelli fino a renderlo unico e indistinguibile e dunque appropriabile da chiunque ne senta il bisogno e infferabile per chi abbia il bisogno di distruggerlo.
Un film che più che giocare su temi forti del futuro orwelliano insiste sull’utilizzo e la forza dei simboli e dei segni, la potenza del gesto.
Come uso delle produzioni Wachowsky, tanta carne al fuoco, citazioni, rimandi, sottotesti. Come al solito tutto un po’ troppo evidente e grossolano. Ma questa volta gliela facciamo passare visto che il film alla fine piace e diverte. Il regista non lo cito neanche dato che in questo film è inutile, anzi, forse dannoso.


postato da: RedmondBarry alle ore marzo 30, 2006 13:03 | link | commenti (1)
categorie: recensioni, prime visioni
sabato, marzo 25, 2006

Il Caimano

[Moretti - Italia 2006]

di RedmondBarry

Iniziamo subito dicendo che politica o meno, Berlusconi o meno, Il Caimano è un film bellissimo.

Tutti (quasi) si aspettavano da Moretti un feroce phamplet anti-berlusconiano, un 9/11 all’italiana, sul sito dei giovani di FI (sigh) si proponeva di boicottare il film prima ancora di averlo visto, le reazioni dei politici, è antidemocratico, fa bene al centodestra, fa bene al centrosinistra, i comunisti alla ribalta… insomma si sono detto un sacco di cazzate (scusate il francesismo) col tipico savoir faire italiano del “buttiamola in caciara.. poi si vedrà”.
Il film, prima ancora che uscisse, era diventato un evento politico più che cinematografico,alla anteprima della stampa c’erano più giornalisti politici e editorialisti che critici. Un insulto al cinema. Al contrario del film, che è un atto di amore verso il cinema.

 Bruno (Silvio Orlando) è un piccolo produttore cinematografico che non fa un film da dieci anni, vessato dai debiti e in crisi con la moglie (Margherita Buy). Dopo l’ennesimo progetto che non va in porto una ragazza senza esperienze cinematografiche,Teresa (Trinca), gli propone una sceneggiatura da produrre: il Caimano. Bruno accetta più per disperazione che per convinzione e quasi non  legge nemmeno lo script. Cosa che si rivela un errore. Quando infatti capisce  che si tratta di un film su Berlusconi cominciano i problemi…

 Dicevamo che Moore e i suoi documentari politici non c’entrano nulla con questo film, al contrario qui siamo nel Cinema puro, nel cinema che si nutre di Cinema e di vita. Durante il film pensavo al Truffaut di effetto notte, al suo sguardo ingenuo e affettuoso. Come ha detto Moretti stesso questo è un film sul Cinema e sull’Amore, non su Berlusconi.
Ma allora tutto il Berlusconi che c’è nel film? Berlusconi è lo sfondo e il territorio in cui si muovono i personaggi. Lo dice spesso nel film, Berlusconi è l’Italia negli ultimi vent’anni, ormai le vecchi antagonismi destra-sinistra, cattolici-atei sono superati, uniti e umiliato in un unico grande antagonismo tra berlusconiani e anti-berlusconiani. Berlusconi ha segnato nel bene(?) e nel male(!) la vita italiana, non solo quella politica. Il Berlusconi di Moretti più che una persona in carne ed ossa è una Mantra per liberarsi una volta per tutte dall’ossessione Italiana su Berlusconi e una antidoto personale, psicologico più che politico, por sopravvivre in questa epoca berlusconicentrica. Insomma una vera e propria boccata d’aria.

 La storia si muove su tre livelli, legati da un filo meta-narrativo solido e grandioso: lo zeitgeist (Nanni mi piglierebbe a schiaffi, lo so) dell’Italia del nuovo millennio.
C’è il livello puramente narrativo, quello dove si muovono Bruno, sua moglie, Teresa e tutti gli altri personaggi. Già da solo questo livello sarebbe sufficiente per un grande film, gli attori sono tutti bravissimi ed è il film più divertente di Moretti da anni. Si ride e di gusto, non il vecchio sorriso di complicità comunista dei film precedenti.
C’è poi il livello metafilmico, il fuminannte esordio di CataRatte, vecchia pellicola prodotta da Bruno da cui è tratto anche lo spassosissimo episodio della morte critico culinario (e ci sarebbe da approfondire l’ossessione di moretti per le cucine). Ma soprattutto c’è l’unica scena girata del Caimano, l’ultimo giorno del processo contro il Caimano. Una sequenza che conclude il film in maniera grandiosa anche se mette i brividi. Provare per credere.
E infine (o doveva essere al principio?)c’è un terzo “livello”, più sottile che serpeggia per tutto il film. E’ la parte che Moretti si ritaglia se stesso nel film. E’ l’attore arrogante che alla fine interpreta il Caimano nel film. Il Moretti attore non sembra dialogare con gli altri personaggi ma piuttosto parla direttamente agli spettatori in sala, prima rassicurandoli, che non è un film su Berlusconi, che non serve fare film politici perché chi non vuol vedere non vede e chi vuole ha già visto e facendoli ridere con inequivocabili ammiccamenti.

Ma nella prima scena del caimano metafilm e prima del caimano film il Moretti-attore cambia il registro con cui si rivolge agli spettatori. Con uno stile conciso, asciutto e severo delinea un panorama agghiacciante della fine del Berlusconismo.

 Se Moretti fosse più egoista sarebbe universalmente acclamato come il miglior regista italiano, titolo che senza dubbio si merita. Miglior film italiano da non so quanto tempo. Punto.


postato da: RedmondBarry alle ore marzo 25, 2006 21:03 | link | commenti (7)
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coming soon

postato da: RedmondBarry alle ore marzo 25, 2006 10:19 | link | commenti
categorie: coming soon
giovedì, marzo 23, 2006

Casablanca
[id - Curtiz -USA 1942]
di RedmondBarry

Certo, parlare di Casablanca in un blog di cinema è persino scontato, e non mi sembra neanche il caso di fare la recensione su cosa fa Curtiz e cosa fa Bogey eccetera eccetera. Il fatto è che ieri volevo uscire, andare al cinema, guardare un film nuovo dopo tanto tempo e di film belli ce ne sono parecchi. E invece mi sono ritrovato sul divano con il dvd di Casablanca nel lettore, a rivederlo forse per la decima volta, recitando le battute a memoria, innamorandomi ancora di Ingrid Bergman, emozionandomi di di nuovo fin quasi alle lacrime quando Laszlo fa suonare la Marsigliese e tutto il locale di anime alla deriva ritrova l’orgoglio dimenticato. Ed ecco, ieri sera mi sono reso conto che Casablanca è il mio film preferito. Banale, banalissimo per un cinefilo, un qualsiasi altro film di Fassbinder o Ozu mi farebbe fare una figura più dignitosa. Ma ho capito che Casablanca è l’unico film che potrei vedere in continuazione, una volta dietro l’altra, senza stancarmi mai.

Alla fine della visione ho cercato di capirne il perché e nel tentativo di trovare una risposta lancio il documentario che è negli extra del dvd. Lo presenta Lauren Bacall che esordisce più o meno dicendo “Ma quale è il segreto che ha reso questo film immortale e visto da milioni di persone? Il segreto sta in un potente storia d’amore”. Spengo. Lauren, bella, brava ma ti sbagli di grosso. Forse la storia d’amore fra Bogey e Ingrid può aver reso grande il film nel 1942 quando erano due star e gli spettatori, beati loro, molto più ingenui.

Ma a me, spettatore degli anni 00, cinico, smaliziato e cinefilo la storia d’amore tra i due non è che convinca molto. Anche perché io tra Blaine e Laszlo di certo non avrei scelto il primo,e di certo non quello di Parigi che non aveva neanche lo charme dell’uomo ferito e deluso dalla vita. No, non è la storia d’amore che fa di Casablanca il mio film preferito.

Forse invece Casablanca è diventato Casablanca perché trasuda cinema da ogni poro come pochi altri film al mondo. Basta vedere la prima sequenza: inquadratura su un bruttissimo sfondo che dovrebbe rappresentare Casablanca che si abbassa per riprendere la casbah brulicante di gente. Curtiz ti dice: siamo a Casablanca ma tu sai benissimo che non siamo a Casablanca, siamo in uno studio cinematografico che vorrebbe riprodurla. Ecco, l’innocenza di questo artificio è la bellezza del cinema, un segreto accordo tra spettatore e regista: raccontami una bella storia, io ti crederò.

E in questo caso lo spettatore è fortunato perché la storia che Curtiz e gli altri raccontano è bellissima, una storia di guerra, amore, frustrazione e orgoglio. Ma senza metafore o sottotesti: solo la storia di queste persone, amateli, appassionatevi e incontrateli di nuovo quando volete. Personaggi straordinari, attori sublimi.

Come ci si può scordare di Ugarte, anche  se lo si vede solo per pochi minuti? Gli occhi di Peter Lorre valgono da soli l’intero film. O il capitano Renault, con la bellssima faccia di Claude Rains, che quando Rick gli punta la pistola al cuore lo avverte che sta mirando al suo punto meno sensibile. Battuta forse inutile ma fantastica. E Laszlo sarà pure un invasato e un po’ fissato con il salvare il mondo ma quando zittisce quei brutti nazisti e fa alzare in piedi tutto l’orgoglio francese? Beh, gli avrei offerto anche io da bere di corsa come fanno i soldati francesi. Ed è difficile anche dimenticare il giorno  in cui i tedeschi sono entrati a parigi visto attraverso gli occhi di Rick: “I remember every detail. The Germans wore gray, you wore blue.”.Silenzio estatico.

Insomma, è davvero impossibile non amare Casablanca, è un figliol prodigo del cinema. Nemmeno Curtiz e compagni sapevano cosa stavano per mettere al mondo, non erano poi tanto sicuri del successo di quel film, che in fondo non era diverso da molti film usciti in quegli anni, forse non si erano accorti del cocktail perfetto che avevano creato, che avevano dato alla luce una creatura immortale.

E scommetto che ogni volta che Rick e il capitano si allontanano nella nebbia, se potessi vedermi, avrei la stessa identica faccia di Allan Felix quando le luci della sala si accendono. Che poi è la meraviglia del cinema.

Here’s looking at you, kid


postato da: RedmondBarry alle ore marzo 23, 2006 09:24 | link | commenti (3)
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martedì, marzo 21, 2006

Million Dollar baby
[id - Eastwood - USA 2005]
di RedmondBarry

I film sul pugilato si prestano meglio di altri a essere descritti attraverso metafore dato che questo sport è di per se già una metafora sulla vita, sulla morte e su tutta la fatica e il dolore che sta in mezzo. E spesso quando le metafore sono troppo esplicite succede che il film risulti prevedibile e fiacco. Io Cinderella Man non l’ho ancora visto ma dato l’argomento e il regista posso supporre che si tratti di un pastone moralista sul self-made-man e la grandezza di una nazione che concede sempre una seconda chance. Correggetemi se sbaglio.

Nel film di Eastwood ci sono buona parte dei luoghi comuni di questo sottogenere, il vecchio allenatore, il giovane con un sogno, rimpianti, il rapporto genitore-figlio tra i due e così via ma il Monco con il passare degli anni ha acquisito una capacità unica di narrare storie … perfette.

Ecco, perfetto è il termine che meglio sintetizza il valore di questo film. Perfetto nella regia,nella fotografia, nella recitazione ma soprattutto nella narrazione. Calandomi nell’abusata metafora pugilistica Eastwood lavora ai fianchi dello spettatore per buona parte del film. Ci presenta con calma e coerenza i protagonisti, li fa conoscere e ce li fa conoscere, lesinando i dialoghi e rifuggendo dalla verbosità retorica tipica del dramma Hollywoodiano moderno. Sopperisce ai silenzi del protagonista con un elegante e affettuoso voice over di Scrap/Freeman e suggerisce allo spettatore il resto, sempre con molta discrezione. Approfittando della sua attenzione e intelligenza. E quando lo spettatore si è affezionato e abituato a questi due bellissimi personaggi ecco che  Eastwood sferra un uno-due mortale. Un colpo deciso e fatale. Bum.

Vedere il vecchio Frankie spezzato dal dolore sussurrare ad una ormai muta Maggie cosa vuol mo cuish… ecco, quello ti atterra, spezza il fiato e ti da la misura di quanto sia stato  dannatamente bravo Eastwood a raccontare questa storia. Con un altro regista infatti questo sarebbe probabilmente il momento patetico con archi, lacrime e dissolvenza in bianco e forse tutto il film sarebbe stato una versione al femminile di Rocky V.

Eastwood non ha bisogno di elementi extradiegetici o trucchi,ci ha già portati dalla sua parte, ci ha già convinto. Gli basta mettere sulla bocca del vecchio allenatore  poche parole spezzate, gli basta concederci una piccola finestra sull’abisso di tristezza e dolore di Frankie che noi ci perdiamo perché riusciamo davvero a vedere quel dolore. Lo conosciamo.

Un cinema classico, invisibile. Splendido.


postato da: RedmondBarry alle ore marzo 21, 2006 00:33 | link | commenti (1)
categorie: recensioni, recuperi
domenica, marzo 19, 2006

Angel-A

[id - Besson - Francia 2005]

di RedmondBarry

Andrè è un piccolo truffatore indebitato con mezza Parigi,un uomo disperato,arrabbiato con il Creatore che decide di farla finita e buttarsi da un ponte.
Ma il Creatore, che sarà pure imperscrutabile ma mai carogna, manda un angelo a salvare il birbantello e a indicargli la retta via e per rendere l'azione salvifica più efficacie lo manda sotto forma di stanga bionda in minigonna di pelle: angelo che si chiama (sorpresa, sorpresa) Angela.
Tra sketch riciclati da altre angel-comedies e dialoghi fiacchi e mal girati (Besson, se hanno inventato i controcampi un motivo ci sarà pure!) si infila anche una improbabile love story tra i due protagonisti che rende il film ufficialmente brutto e ridicolo.
Purtoppo le banalità e i clichè non si limitano alla sola sceneggiatura e sono sapientemente distribuiti su tutta la messa in scena a partire dalla scelta delle location.
Più che ambientato a parigi il film sembra infatti girato nei luoghi comuni del turista americano su Parigi: la torre Eiffel, Notre-Dame, Place de la Concorde e i baton mouche. Ambientazoni che oltre essere banali mal si adattano con la dimensione di piccolo malvivente di Andrè e rendono il film (girato in un bianco e nero che tende a cambiare ad ogni sequenza) fastidiosamente patinato.
Vale la pena segnalare la performance di Rie Rasmussen modella danese che interpreta la statuaria Angel-A, tanto bella quanto ridicola nella sua imitazione della recitazione francese (che si articola in: gesticola, allunga il collo e strabuzza gli occhi).
Besson in veste di regista ha notevoli difficoltà a filmare azioni statiche, passando da campi lunghi a totali a primissimi piani in un montaggio (almeno per me) senza senso. Montaggio che poteva andare bene in Leon o Nikita ma che risulta fuori luogo in Angel-A dove i dialoghi tra Andrè e la sua salvatrice sono il motore del film, o almeno dovrebbero.
 Di buono in questo film c'è l'intepretazione di Jamel Debbouze, il Lucien di Amélie, che riesce grazie alla sua bravura a far dimenticare al pubblico la sua grave menomazione fisica. E un bravo anche a Besson. Non credo che ci siano molto registi disposti ad affidare la parte del protagonista a un attore privo di un braccio, c'è il forte rischio che il pubblico pensi per tutto il film "ma è senza braccio per davvero o fa finta?" distraendosi dalla storia. Il suo coraggio è stato ripagato dall'ottimo lavoro di Debbouze, peccato solo che tutto il resto sia pessimo.


postato da: RedmondBarry alle ore marzo 19, 2006 19:30 | link | commenti (8)
categorie: recensioni, prime visioni