Una coppia di nani, l'uomo torso, un mezzo-uomo, la donna barbuta, una coppia di gemelle siamesi, diversi pinhead e l'uomo scheletro.
Questa è parte del cast di Freaks, film del 1932: il regista Tod Browning, che in gioventù aveva lavorato nei circhi ambulanti accoglie nella sua pellicola tutta l'umanità deforme o demente che popolava i freakshow del circo Barnum. Tra i carrozzoni di un circo mette in scena una storia di amore e raggiro:il minuscolo e galante nano Hans si innamora della bellissima trapezista Cleopatra. Questa, venuta a sapere dell'ingente patrimonio lasciato ad Hans decide di sposarlo per poi ucciderlo e, ottenuta l’eredità, spartirla con Ercole, il suo enorme quanto stupido amante.
Ma anche se deformi o mutilati i freaks non sono creature ingenue e stupide. Si accorgono presto del tentativo di Cleopatra di avvelenare Hans e in silenzio decidono di punire la donna. Perchè il codice d'onore dei Freaks prevede una mutua alleanza: chi fa del male a uno di loro dovrà vedersela con tutti gli altri.
E in una notte di tempesta la loro terribile vendetta arriva strisciando nel fango. La scena in cui nani e esseri deformi emergono dall'ombra dei carrozzoni armati di coltelli e pistole per consumare la loro vendetta è a ragione considerate una delle più inquietanti che io abbia mai visto perchè invece di effetti speciali o trucchi cinematografici Browning si limita a tener ferma la mpd e lasciare che sia la sofferenza umana ad avanzare verso di noi. La deformità e il dolore che tutti aborriamo e cerchiamo di scacciare avanza verso Ercole, ferito e impotente, avanza verso la nostra normalità cercando vendetta per i torti ingiustamente subiti.
Browning restitusce dignità a questi uomini e donne che per mestiere vengono scherniti e disprezzati, rovesciando la prospettiva comune di mostri/normali senza indulgere in atteggiamenti pietosi o di commiserazione. I freaks sono uomini, non sott’uomini e se vengono attaccati o minacciati si sanno difendere da soli.
Splendida è anche la sequenza del banchetto di matrimonio nella quale i freaks "accettano" tra di loro la sposa di Hans, recitando la grottesca cantilena diventata famosissima e citatissima in seguito al film: "Ti accettiamo, uno di noi. Gooble Gooble!". In questa scena di festa si coglie la normalità di questi "mostri", la loro voglia di vivere e di divertirsi, il sentimento di orgoglio della loro diversità. E non bisogna dimenticarsi che sono sì attori, ma stanno recitando loro stessi: mostrano al mondo con orgoglio e con il sorriso quello che il mondo non vuole vedere.
Mi sembra ingiusto quindi classificare questa pellicola nel genere horror perchè non c'è la volontà di spaventare o disgustare lo spettatore nè da parte del regista che ha uno sguardo paterno e benevolente su questi uomini nè tantomeno da parte dei Freaks che portano sullo schermo la loro diversità con naturalezza e allegria, senza inutili caricature.
Se proprio bisogna cercare dei mostri Browning ce li indica in Cleopatra e Ercole ma la loro banale malvagità li relega nella parte di comuni villains cinematografici, lasciando il ruolo di protagonista non ad uno ma a tutta la compagnia di Freaks.
Dopo che il minuscolo Lord Farquaad è stato tolto di mezzo nel regno delle fiabe è tornata l'armonia, l'ometto di marzapane non rischia più di essere pucciato nel latte caldo, il lupo cattivo può tornare a travestirsi da nonna e Pinocchio non finirà a ravvivare il fuoco di un caminetto. E anche l’orco Shrek può finalmente godersi la sua palude in compagnia della sua sposina fresca di nozze, Fiona. Ma questa, anche se sotto le sembianze di orco verde è pur sempre una principessa: così i suoi genitori, il re e la regina di "Far Far Away" invitano a palazzo la figlia e il novello sposo per dare la loro benedizione al matrimoni. Ovviamente ignari del loro aspetto poco principesco.
E' questo l'incipit di Shrek 2, il seguito del film d'animazione che nel 2001 aveva avuto un successo clamoroso, forse più tra gli adulti che fra i bambini. La comicità del film era infatti rivolta ad un pubblico cresciutello, non certo per la volgarità ma per le citazioni cinematografiche e letterarie che un bambino non può cogliere o per alcune battute che segnano un marcato distaccamento dalla comicità infantile disneyana, come quando Shrek, di fronte all'altisismo e falliforme castello di Duloc si chiede se tutta quella grandiosità non serva a compensare qualcos'altro.
Tutto quello che aveva fatto la fortuna del primo Shrek è riproposto nel secondo episodio. L'animazione digitale non è ancora ai maniacali livelli di perfezione della Pixar ma è pur sempre ottima e le espressioni facciali dei protagonisti sono le più divertenti mai viste. Ancora una volta tutto il film è costellato di una miriade di citazioni, sketch comici e situazioni surreali che sono il serbatoio comico del film e adombrano la trama principale che è pur sempre una fiaba e risulta pertanto un po' mielosa e "telefonata". Da notare anche in questo caso la colonna sonora, piena zeppa di hit degli ultimi 30 anni, da Funkytown a Ricky Martin, assolutamente inadatta ad una fiaba e proprio per questo ottima per aumentare l’effetto comico degli stravolgimenti dei clichè.
Solita abbuffata di superstar al doppiaggio con Mike Myers e Cameron Diaz che prestano la voce ai due orchi innamorati, Eddie Murphy che da vita al personaggio comico meglio riuscito nella storia dell'animazione e Antonio Banderas che interpreta un gigioneggiante gatto con gli stivali, ottimo personaggio lasciato però in secondo piano. Spetta invece a John Cleese (uno dei miei idoli) e a Julie Andrews il compito di dare la voce al re e alla regina. Peccato che tutto questo dispendio di voci famose vada completamente perso nella versione italiana. Vi assicuro che varrebbe la pena guardarselo in lingua originale solo per godersi l'interpretazione di Eddie Murphy, che come attore sarà pure sul viale del tramonto ma la sua verve cabarettistica non è affatto spenta.
Insomma, un degno sequel di uno dei film d'animazione più divertenti di sempre, ma pur sempre un sequel. Manca quella sensazione di freschezza e novità che aveva portato il primo episodio, i personaggi sono riproposti tali e quali e il meccanismo comico non si sposta di una virgola dal suo predecessore. Tanto basta per far ridere un'intera sala cinematografica ma di certo non basta a far entrare questo cartone animato nella storia, come ha già fatto il primo. E aspettiamo Shrek 3 nel 2006.
L’opera prima del neo-regista e sceneggiatore Zach Braff (già protagonista della serie televisiva Scrubs), prodotta da Focus Searchlight, sempre più la Miramax del nuovo millennio, è stata presentata quest’anno al Sundance dove ha raccolto consensi fra pubblico e critica, per poi diventare lentamente l’indie-cult dell’anno. E dopo averlo visto non mi è difficile capire perché. Al di là di tutte le possibili diatribe su cosa si intenda veramente per cinema indipendente e se Garden State rientri o meno nella categoria, è in effetti innegabile che la pellicola metta insieme una serie di ingredienti che sono spesso stati appannaggio di un cinema se non proprio underground, quantomeno più di nicchia rispetto al cinema mainstream americano. I personaggi, la colonna sonora, le scelte registiche, l’atmosfera e le ambientazioni, tutto sembra rifarsi a un registro stilistico codificato negli ultimi anni da autori come Wes e Paul Thomas Anderson, Sophia Coppola, Alexander Payne o Charlie Kaufman e la sua cerchia di fedeli registi. Il timore che avevo nell’avvicinarmi finalmente a questa pellicola che, non lo nascondo, avevo da tempo preso a cuore, stava proprio nel trovarmi di fronte un semplice giocattolino senza anima assemblato ad hoc per catturare l’attenzione di tutti gli indie-kids del caso. Ma procediamo con ordine.
Garden State racconta il ritorno a casa (in New Jersey, il ‘garden state’ del titolo, di cui peraltro è originario lo stesso Braff) dopo diversi anni di Andrew Largeman (Zach Braff) per il funerale della madre. Quello di Largeman è tuttavia anche un ritorno alla vita, avendo deciso di interrompere, dopo la notizia della morte della madre, l’assunzione di psico-farmaci che da dieci anni a questa parte lo costringevano in uno stato di perenne intorpedimento mentale. In questo stato di sensibilità ritrovata affronta il rapporto precario con il padre psichiatra (Ian Holms), riallaccia i rapporti con il migliore amico di una volta (Peter Sarsgaard) e fa la conoscenza della stravagante Sam (Natalie Portman), eventi che finiranno per cambiargli la vita e il suo modo di affrontarla.
Un classico romanzo di formazione della generazione twenty-something che, detto così, non sembrerebbe offrire molto a uno spettatore anche solo un minimo smaliziato. Fortunatamente Garden State ha una marcia in più che si trasforma nel vero motore del film e che risiede nella dimensione assolutamente autoriale della pellicola: Braff riduce il mondo a una sua visione che, per quanto possa a tratti apparire naif, non manca mai, in ogni singola scena, di risultare profondamente sentita e onesta. I movimenti di macchina, la scelta delle canzoni, le parole dei protagonisti, niente sembra forzato o preparato, quanto necessario per raccontare la storia che si sta raccontando.
Il personaggio di Largeman è fortemente autobiografico (attore di discreto successo per un ruolo televisivo, ma dalle dubbie prospettive) e posso dire che era dai tempi di “Harry a pezzi” che non mi imbattevo in un’opera tanto personale. Ogni dialogo tra i protagonisti, addirittura certe scene di particolare gusto sembrano essere uscite da un unico grande sogno che Braff ha inseguito con forza e passione fino a realizzarlo. Certo è un film imperfetto, irregolare, ma che trae forza proprio da queste imperfezioni: Braff non fa mistero della sua vulnerabilità, al contrario mostra il fianco come solo chi non ha il timore di essere giudicato può fare, e questo è decisamente un punto a suo favore. E’ un film che si finisce per amare, senza compromessi, perdonandogli tutte le piccole sbavature tipiche di un’opera prima, perché ci si rende conto che non solo i pregi superano di gran lunga i difetti, ma che non è alla perfezione che mira questo film, ma a lasciare un segno nei nostri cuori, compito nel quale riesce dall’inizio alla fine.
Garden State potrà non essere tra le pellicole migliori che ho visto quest’anno, ma è forse quella che porterò più con me in futuro. Zach Braff è una promessa che non trovo difficile credere farà sempre più parlare di sé in futuro e non credo di esagerare quando dico che se ogni anno avessimo un’opera prima così interessante, il futuro del cinema americano sarebbe più roseo che mai.
Big Fish è un’opera magica, un film a tratti unico, forse l’opera migliore di Burton, di sicuro la più ambiziosa. Il regista americano stravolge le sue “solite” atmosfere gotiche e dark, presentandoci una (non) realtà che sembra l’esatto negativo delle sue opere precedenti: colori brillanti e pastellosi, personaggi e situazioni che anche nei momenti apparentemente più “burtoniani”, la angosciante serenità del paesino di Spectre, o gli alberi semoventi della foresta incantata, mantengono sempre un alone favolistico e fondamentalmente innocuo, e un ottimismo, verrebbe quasi da dire un buonismo, di fondo che di sicuro non hanno riscontro nei suoi passati film.
Un gruppo di soldati torna dalla guerra del golfo, uno di loro è diventato un eroe decorato con la medaglia d'onore per aver eroicamente salvato la sua pattuglia mentre gli altri, poco alla volta, muoiono per cause più o meno naturali.
In realtà però sembra che le cose non stiano esattamente così: sebbene tutti abbiano memoria del sergente Shaw che salva la sua pattuglia, nessuno in realtà si ricorda esattamente che cosa è successo e tutti loro fanno degli strani e inspiegabili sogni su delle manipolazioni sui loro cervelli.
E adesso che Shaw, decorato eroe di guerra, è in corsa come vicepresidente della Casa Bianca il tenente Ben Marco (Denzel Washington) comincia a sospettare che i sogni non siano soltanto le allucinazioni da trauma bellico ma siano effettivamente dei ricordi che in qualche modo sono stati cancellati e che riaffiorano nel sonno.
Si scopre quindi (anche se si capisce dopo cinque minuti di film) che al gruppo di soldati è stato impiantato un "interruttote" nel cervello dalla potentissima multinazionale Manchurian Global, col fine di poter comandare questi uomini e farne arrivare uno alla casa bianca, come un burattino da comandare.
Demme propone un remake dell'omonimo film del 1962 (che non ho visto) con Denzel Washington al posto di Frank Sinatra e una cattivissima e incestuosa Meryl Streep nel ruolo di madre-matrigna del sergente Shaw che fu di Angela Lansbury.
Questo fanta-political.thriller però ha il brutto vizio di non decollare mai. Il montante di tensione, pericolo e tempo-che-stringe che caratterizzano un buon thriller sono decisamente assenti e in uno scontatissimo finale che ricorda il più spento dei DePalma abbiamo il trionfo del buono su una multinazionale subdola e cattiva che voleva dominare il mondo. Tutto già visto, tutto già fatto, tutto da rifare.
E poi se vogliamo dirla tutta il film è piuttosto ingenuo. Non servono microchip in testa per portare le lobby al comando del mondo. Bastano i soldi.
Shaun è un tranquillo impiegato in un negozio di elettrodomestici con una precaria relazione sentimentale ormai sul punto di rompersi, un migliore amico e coinquilino che passa le sue giornate davanti ai videogiochi e lo trascina regolarmente ogni sera al pub e delle aspettative dalla vita che non sembrano essere molto elevate. Sfortunatamente per lui, il giorno che, in preda ai postumi di una sbronza, decide di mettere a posto la sua vita e riconquistare la sua ragazza la quasi totalità della popolazione cittadina si è trasformata in zombie.
Edgar Wright e Simon Pegg, rispettivamente regista e protagonista del film oltre che sceneggiatori, in patria sono degli eroi per aver creato 'Spaced' una sit-com in puro stile britannico che dal 1999 a oggi ha conquistato tutto il paese. Shaun of the Dead è il primo lungometraggio a cui lavorano e il risultato, si può dirlo subito, è notevole. Erano anni che non si vedeva una parodia così efficace e, si può dirlo, erano anni che l'Inghilterra non ci regalava un distillato così puro del suo humour nazionale. L'idea è semplice: prendere un classico film di zombie e ribaltare tutti i clichè del genere nel modo più razionale possibile. "Una commedia sentimentale. Con gli zombie" come recita la locandina. E funziona. Accidenti, se funziona. L'intera pellicola è talmente pregna di carica comica che ci si trova spesso a ridere senza alcun motivo preciso, solo guardando il lento ciondolare degli zombie di fronte agli occhi schifati dei protagonisti. La sola idea di come un uomo che fa colazione a coca cola e cornetto gelato possa affrontare orde e orde di zombie insieme al suo coinquilino sovrappeso è sufficiente a lasciarci il sorriso stampato in faccia per tutta la durata del film. Se a questo poi si aggiungono alcune delle gag più intelligenti e spassose di cui abbia memoria da alcuni anni a questa parte, delle ottime interpretazioni e una regia sempre pronta a sottolineare ogni possibile spunto comico, Shaun of the Dead diventa un piccolo gioiello che ci ricorda cosa vuol dire far ridere con stile. Non è che sia più divertente di alcuni dei tanti film comici usciti negli ultimi anni. Ma ognuna delle innumerevoli volte che ci regala una risata lo fa con intelligenza e classe, senza essere mai banale o chiassoso. E non è poco.
Enid (Tora Birch) è una neo-diplomata di 18 anni da sempre pecora nera in una realtà scolastica e sociale fatta di superficialità, omologazione e stereotipi (il Ghost World, immagino, cioè un mondo fatto di cose prive di consistenza, di fantasmi rappresentati da enormi centri commerciali tutti uguali e fast-food tristi e spersonalizzati). Perenemmente in contrasto con praticamente tutte le persone che la circondano, in primis il padre, può contare su una sola persona: Rebecca (Scarlett Johansson), sua coetanea compagna di scuola. Insieme passano intere giornate a criticare il "sistema", a progettare scherzi ai danni di chiunque capiti a tiro, a prendere in giro i passanti: progettano di andare a vivere da sole insieme in una casa tutta loro, ma mentre Rebecca più pratica ha un lavoro e cerca casa, Enid rimanda le scadenze e si limita a sognare. Questa sorta di non-equilibrio si rompe quando Enid fa la conoscenza di Seymour (Steve Buscemi), patetico e solitario collezionista di dischi e modernariato, per cui la ragazza sviluppa un morboso attaccamento e che la porterà a staccarsi da Rebecca e abbandonare l'idea di andare a vivere con lei. Quando poi, col susseguirsi degli eventi, la sua passione per l'uomo sarà ricambiata, sarà lei stessa a tirarsi nuovamente indietro, tornare a cercare Rebecca, per poi, alla fine, non scegliere nè una strada nell'altra.
La critica americana ha incensato questo film come una delle migliori pellicole sull'alienazione giovanile, definendola esilarante e al tempo stesso struggente. E innalzato il personaggio di Tora Birch a nuova eroina del teen drama, descrivendola come la normale evoluzione del personaggio da lei interpretato in American Beauty. Ora, io non mi ritrovo su nessuna delle due posizioni, e credo che per arrivare a sostenere la mia visione di questo film, debba partire proprio dal personaggio di Enid, la protagonista. Per come ho percepito io il film, il personaggio di Enid è tutto tranne che positivo. La sua attitudine nei confronti della vita e della società è un continuo schierarsi contro, senza in realtà un motivo ben preciso. La sua è una posa, e sia che faccia disegni umoristici sulle coppiette che vede nei fast-food, sia che si tinga i capelli di verde e sostenga di vestirsi come i punk anni '70, si capisce che quello che cerca è la alienazione a tutti i costi. Non può essere capita, perchè non vuole essere capita. E quando Rebecca gli
mostra la casa in cui dovrebbero andare a vivere, a lei sembra un posto del cazzo, perchè non vuole mai e comunque confrontarsi con la realtà. Si fa licenziare al primo giorno di lavoro, non perchè non riesce a integrarsi, ma perchè si rifiuta categoricamente di farlo. E' un bastian co e questo si evince soprattutto nella sua incapacità di decidere cosa fare della sua vita: ogni qual volta insegue qualcosa e le si pone la prospettiva di ottenerlo, lei cambia direzione solo per poter continuare a lamentarsi. Tutto le va male, perchè lei stessa rifiuta ogni piccola cosa riesca a ottenere. E quando torna sui suoi passi, è solo per controllare se quella possibilità c'è ancora. La sua vita si basa sul rifiuto incondizionato di tutto ciò che le passa davanti. E' un personaggio diametralmente opposto alla adolescente di American Beauty che sa cosa vuole, che trova in Wes Bentley qualcuno che la capisca e decide di fuggire con lui. Piuttosto assomiglia molto più alla cheerleader interpretata da Mena
Suvari, costruita dall'inizio alla fine, anche se in una direzione completamente diversa. Il suo personaggio manca totalmente di sincerità, di chiarezza... di intelligenza. E il film in realtà non è da buttare per questo motivo. Quanti capolavori hanno protagonisti negativi. Il problema serio di Ghost World è, a mio avviso, una sceneggiatura che, come la protagonista, non prende mai una chiara posizione. Non si capisce se Enid sia l'unica illuminata in una società di superficiali e cretini o una persona che invece non riesce ad allinearsi con la vita, incapace di trovare un posto e starci. Esilarante? Non mi è parso. Dialoghi brillanti? Non mi è proprio sembrato. Il film ha certamente dei momenti felici, ma sono delle isole in un oceano di superficialità. Perchè è questo l'altro problema serio di questa pellicola: del personaggio di Enid vediamo i comportamenti, ma non siamo in grado di spiegarceli. E in questo modo, dandoci delle spiegazioni nostre, arriviamo a posizioni (almeno, io sono arrivato a posizioni), che cozzano con quello che sembra volerci dire il film.
Volendo riassumere, questo film non mi ha toccato. Non mi ha trasmesso nulla. Non mi sono interessato ai personaggi, nè alle loro vicende. E le ottime interpretazioni di tutto il cast e qualche scelta registica più che azzeccata non bastano a salvare una sceneggiatura che fa acqua da tutte le parti. Ghost World è tratto da un fumetto underground che in America è praticamente leggenda. Ghost World ha ricevuto critiche che hanno fatto impallidire il 90% dei film usciti nello stesso anno. Ghost World è stato nominato agli oscar come Miglior sceneggiatura non originale e ha vinto uno scherzetto come gli Independent Spirit Award sempre per la migliore sceneggiatura. Ora, io la mia l'ho detta. Ma fa molto strano remare così controcorrente.
livello 0
The Village è un film Horror. Un minuscolo villaggio, in un tempo non ben definito, la piccola comunità vive un silenzioso accordo con le Creature Innominabili che abitano il bosco che circoda il villaggio. Le Creature non attaccheranno gli abitanti se questi non varcheranno i confini del bosco, delimitato da torce accese e pali su cui sono issate bandiere gialle. Il giallo infatti ammansisce le bestie mentre il rosso, colore vietato nel villaggio, le fa adirare.
Tutti sono terrorizzati dall'idea di attraversare il bosco, tutti tranne due persone. Noah, lo scemo del villaggio e Lucius, ragazzo taciturno che vuole arrivare nella Città per traovare medicinali e evitare inutili morti.
Ma un giorno la tregua viene rotta, il bestiame viene trovato ucciso e spellato e sulle porte delle case vengono dipinte delle striscie rosse. Le creature sono adirate. Come fare per placarle.
Il film, l'ho detto, è un horror ma non fa paura. Ci sono giusto un paio di scene che ti fanno sobbalzare ma niente di più. Il secondo tempo poi è fiacco, per non parlare del finale. Come film horror quindi, è un pessimo film.
livello 1
The Village non è un film horror, è una metafora sulla paura e sul dolore. Questo villaggio è l'uomo, Il bosco (come sempre) rappresenta l'ignoto e le creature del bosco sono la paura. Tutti hanno paura. Solo due non hanno paura: lo scemo e l'eroe.
Nessuno nel villaggio si inoltra nel bosco, nessuno affronta le sue paure. Preferiscono stare tutti al sicuro, nei confini ben delineati, alla luce delle torce. Ma questo non basta per stere sicuri. I pericoli non sono quelli che vengono da fuori, anzi, quelli più gravi sono proprio quelli che ci creiamo noi. Vengono da dentro il villaggio. Un bel film, mascherato e pubblicizzato come Horror, in realtà molto più sottile e raffinato.
Volendo fare paragoni azzardati, e mantenendo le dovute distanze, questo Shyamalan mi ha ricordato il Kubrick di Orizzonti di gloria, dove l'uomo, appiattito nelle trincee non si rende conto che quelli da cui deve guardarsi sono quelli che condividono con lui il rifugio, quelli che sono dalla sua parte.
livello 2 (spoiler)
The Village non è un film Horror, è si una metafora sulla paura e sul dolore ma è qualcosa di più. E' una potente allegoria sulla situazione della società americana. Non penso sia fazioso o una forzatura leggerlo in questo modo perchè se un'opera d'arte è frutto di scelte individuali e contingenze storiche allora appare chiaro quello che Shyalaman ci mostra.
Gli anziani del villaggio tengono tutti gli altri abitanti ostaggi della paura. Da quando sono nati raccontano loro che nel bosco che circonda il loro villaggio abitano creature innominabili e che l'unico modo per non farle adirare è quello di non superare i confini e non mostrare mai il colore rosso (altro che maccartismo).
In realtà non esiste proprio nessuna Creatura nel bosco. Sono gli stessi anziani che hanno confezionato un minaccioso costume per far apparire di tanto in tanto il mostro e mantenere viva la leggenda.
Gli anziani pensano di fare il bene dei loro compaesani, tenendoli lontani da un mondo che a loro aveva portato solo dolore. Tenendoli nell'ignoranza e nella superstizione.
Ma la vera sicurezza non deve venire da un invisibile nemico esterno, il nemico è già nel villaggio. Così, quando Noah lo scemo accoltella Lucius per gelosia, qualcuno è costretto ad uscire dal villaggio per trovare delle medicine. Qualcuno dovrà uscire, sapere la verità, e tornare nel villaggio.
E chi mandano? Una ragazza cieca.
Notorious dovrebbe essere uno dei capolavori di Alfred Hitchcock. In realtà non ho capito perchè.
Il film è una storia d'amore in cui si inserisce abbastanza vagamente una trama di spionaggio e nazisti rifugiati in Brasile. Ma i nazisti e la bomba che cercano di costruire non interessano veramente. Quello che interessa è vedere come Cary Grant reagisca al fatto che la sua amata Ingrid Bergman per infiltrarsi nella casa dei nazisti debba sposare un altro uomo (interpretato da Claude Rains). Solo che lo sviluppo drammatico è totalmente assente e la soluzione del film avviene in una delle scene più fiacche della filmografia del regista inglese.
Uno dei classicissimi del cinefilo. Padre e precursore di quella bellissima corrente cinematografica che è stata l'espressionismo tedesco. Film del 1920, ovviamente muto, racconta una storia vagamente horror in poco meno di un'ora (almeno nella versione italiana) ricorrendo però a strumenti scenografici e a espedienti narrativi davvero interessanti.
Il film è un lungo flashback, introdotto da Franz che esordisce con "Quella è la mia ragazza. Insieme abbiamo passato una strana avventura. Ve la racconterò". E veniamo quindi a conoscenza della sua storia, nel quale un misterioso Dottor Caligari utilizza un ragzzo sonnambulo per commettere efferati omicidi di cui è vitima proprio un amico del narratore.