
Questo è quello che va detto della storia e, francamente, importa davvero poco.
E' la prima volta che scrivo qualcosa su un film di Kubrick. Non l’ho mai fatto per timore reverenziale. Ma di questo voglio parlarne, primo perché è alla mia poratata, secondo perché con questo concludo la visione dei lungometraggi di kubrick e mi sembrava almeno doveroso spendere due parole sul Maestro, dato che sono i suoi film ad avermi trasmesso l’amore per il cinema. Adesso tra i cinefili più raffinati va di moda sminuire Kubrick: il suo è un cinema freddo, vuoto, nel quale l’immagine è il solo fine. Si è arrivati pure a dire che il suo non è cinema ma solo un insieme di fotografie. Ebbene, secondo me queste sono reazioni emotive alla perfezione. Una perfezione tecnica, stilistica e narrativa che ci ha consegnato opere senza tempo, tutte legate da un unico filo conduttore, mai troppo evidente.
In un teatro di bunraku è in scena una tragedia. Ogni burattino è sorretto da tre burattinai. Le due bambole si avviano verso il loro destino tragico. Dissolvenza in nero. Su uno sfondo nero le due marionette si riavvicinano, finalmente liberi dai burattinai e inizia il racconto della loro storia.
Il discorso da fare qui potrebbe essere lungo e contorto. ci porta quasi direttamente al problema dell'utilità della critica cinematografica e più in generale di tutta la critica, ma non lo farò.
In uno squallido e anonimo sobborgo cittadino finlandese vive Iris, una giovane impiegata in una fabbrica di fiammiferi che divide le sue giornate tra il lavoro, monotono e alinenante, e la famiglia composta da dei genitori parassiti e crudeli. La vita sociale di Iris è altrettanto desolata. Ma un giorno compra un vestito appariscente e incontra un uomo. E’ amore? No, è una notte di sesso e un aborto. Iris ormai uccisa emotivamente decide di restituire con calma questa morte a chi la ha uccisa sotto forma di veleno per topi, aspettando poi con indifferente rassegnazione che la giustizia la trovi. Tanto, non fa nessuna differenza.
di coda compresi) e in realtà tutto il film ha un atmosfera, un feel, vuoi per la cura nei dettagli o per la impeccabile sceneggiatura, vuoi per la magistrale recitazione di ogni attore in scena o per le bellissime musiche di Howard Shore, quasi unici.
Venti minuti fa si sono spente le luci della sala che proiettava Zatoichi. E per me si è finita di consumare una delle più grandi delusioni cinematografiche degli ultimi tempi. Ma prima di iniziare a spiegare le mie ragioni voglio chiarire una cosa secondo me importante per chi legge: io adoro Kitano, ho visto quasi tutte le sue pellicole, amandole indiscriminatamente una per una e lo considero uno dei più originali, poetici e interessanti registi attualmente in vita. Detto questo...
edenti. E’ un film con parecchie scene di azione, un aspetto sempre lasciato fuori, come scelta artistica, da Kitano. Questo non avrebbe comportato necessariamente una perdita di qualità, al contrario. Ma questo film manca anche di tutto quello che per me rendeva Kitano un grande del cinema moderno. Dove prima ogni scena era incredibilmente densa sotto ogni punto di vista, costruita magistralmente in un equilibrio formale che lasciava di sasso, capace di comunicare fortissime emozioni e altissima poesia senza che venisse detta una parola e sempre legata a quella successiva con un ritmo, lento o veloce che fosse, assolutamente impeccabile, in Zatoichi si sprecano le scene quasi superflue, o comunque poco significative, la storia è portata avanti in un modo a tratti piuttosto banale (o forse dovrei dire normale, che è già terribile per Kitano) e anche le poche trovate interessanti o sono rese con poca efficacia o non bastano a salvare l’intera opera. La fotografia e la bellezza delle inquadrature hanno perso il loro tocco “a la Kitano” e dove i colori sono poco convinti e non sfruttano il potenziale dell’ambientazione (solo i due kimono dei protagonisti di “Dolls” oscurano qualunque cosa si veda in Zatoichi), le immagini mancano della potenza espressionista a cui ci aveva abituato il regista giapponese e anche nei suoi celebri campi lunghi sembra mancare qualcosa. Anche il montaggio, altro punto di forza della produzione Kitano, non ha più l’incisività di prima, ma appare a tratti così ovvio... Il sangue versato nei combattimenti, simile a cera lacca, non è usato in modo convinto e non ci resta impresso a fondo nell’animo, ma rimane sospeso nel limbo delle “belle idee”. L’esilarante umorismo di cui ho letto in molte recensioni non l’ho scorto, se non in qualche scena e comunque in parca misura. Kitano mi ha fatto ridere molto, ma molto di più e non parlo solo dei suoi film prettamente comici, ma anche di quelli più drammatici.
genio di Joe Hisaishi, Kitano affida le musiche a Keiichi Suzuki, che riesce in qualche modo a creare la giusta atmosfera per l’ambientazione ma manca completamente il bersaglio quando si tratta di far vibrare le scene più poetiche del film. Un altro difetto minore, per altro non imputabile a Kitano, la decisione di affidargli un doppiatore nuovo, quello di Robin Williams, che poco sposa con l’originale “Beat” Takeshi al contrario di come faceva quello precedente.
Aggiungo anche questo tassello alla mia collezione dei due cineasti del Minnesota. E purtroppo è la seconda delusione che mi danno dopo il pessimo film che gira ancora per le sale.
[contiene spoilers]
E i pochi mesi passano e si arriva al cinque novembre. Il giorno della rivoluzione, esce matrix revolutions, accompagnato dal sapere di conscenza degli adepti e dalla leggittima curiosità di tutti gli altri.
Sotto l’apparente pacifica bellezza di Lumberton si nasconde un segreto. La chiave che introduce a questo segreto la trova Jeffrey (Kyle MacLachlan) in un prato dietro casa sua, sotto forma di orecchio umano. Con l’aiuto della giovane Sandy(Laura Dern), figlia di un detective della polizia, Jeffrey cerca di gettare luce sul mistero e si ritroverà immischiato nella torbida e violenta vicenda che vede coinvolti una bella cantante di night club (Dorothy, Isabella Rossellini) e un piccolo malvivente violento e disturbato (un bravissimo Dennis Hopper).
Il film si presenta come un noir surreale e insensato, il cattivo è eccezionalmente e inspiegabilmente malvagio , la vittima è una adultera masochista che rasenta la follia e il paladino non è sempre senza macchia ne senza paura. La canonica dimensione investigativa del giallo è sostituita da quella voyeuristica che nega quindi l’approvazione morale da parte dello spettatore alle azioni di Jeffrey.
Charlie (Harvey Keitel) è il nipote di un piccolo boss della mala di Little Italy, Charlie è un "bravo ragazzo", potrebbe diventare una persona rispettabile se non si circondasse dagli amici sbagliati, a partire da Johnny Boy (Robert De Niro), uno sbandato pieno di debiti e senza un soldo.
Michele è in acqua, solo davanti al portiere, è il rigore che può riportare la squadra in parità, per evitare la sconfitta. Una finta, ci vuole una finta, anzi una doppia finta, ora tira, una terza finta. Troppe.
Pi greco ricorda sotto molti aspetti un altra eccellente opera prima della storia del cinema, Eraserhead di David Lynch, vuoi per il bianco e nero sporco e sgranato, vuoi per le atmosfere surreali e allucinate, vuoi per la sottile linea che separe in entrambi i film la realtà; dal sogno (o meglio l'incubo). Entrambe le pellicole hanno anche avuto la stessa sorte: osannate dalla critica e ignorate dal grande pubblico sono entrate a far parte di quella categoria di cult di nicchia che i più; accaniti cinefili idolatrano come capolavori senza tempo ma del tutto sconosciuti alla massa. Ora: il primo ha segnato l'inizio della carriera di uno dei migliori registi emersi dopo gli anni settanta. E questo Pi?
difficile comprensione (almeno per quanto riguarda) e comunque piuttosto fine a se stesso. Ciò che conta veramente in Pi non è come la progressione di Fibonacci sembri misteriosamente ricorrere in ogni ambito matematico, nè il perchè il nome di Dio secondo alcuni studiosi della Torah ebraica si componga di 216 cifre, numero ricorrente negli studi di Max. Al centro di Pi c'è un ossessione che è alla base dell'esistenza umana e che va al di la della sola matematica: la ricerca della verità, delle risposte a tutte quelle domande che l'uomo da millenni si pone qua incarnate nella mistica cifra. Max/Icaro vola troppo vicino al sole e le sue ali di cera, il suo intelletto si brucia nel processo. E la prova ulteriore di questa impossibiltà nel superare le colonne di Ercole della conoscenza umana è rappresentata dal maestro e mentore di Max, Sol, l'unica persona con cui il protagonista ha un vero e proprio rapporto: sulla scia dell'entusiasmo di Max si rimette anch'egli a studiare il problema, dopo che, anni prima, era stato costretto ad abbandonarlo per problemi di salute, e nel farlo un infarto lo uccide.
Forse non tutti se lo ricordano ma dal venerdì alla domenica Enrico Ghezzi riempe le notti di RaiTre di chicche cinematografiche. Vi consigli di dare settimanalmente un occhiata al sito di Fuori Orario e di restare sempre muniti di una VHS vergine che non si sa mai.
In questi giorni il bellissimo cineforum di Rotten Tomatoes ha espanso il concetto di Community unendo al forum la possibilità di aprire un blog personale con forti connettività con gli utenti, con il forum e con il sito. Insomma proprio un bel lavoro, io ero già iscritto e ho aperto subito un altro blog. non penso che lo frequenterò, comunque sono molto belli, sarebbe bello poter fare una cosa del genere anche per utenti italiani e creare una sola grande e funzionante cinecommunity italiana.
Ermanno Olmi mette di nuovo in scena la storia. Si sposta dalla turbolenta e nebbiosa Italia del ‘400 de Il mestiere delle Armi ai mari cinesi di fine ‘700. Il paragone con il film precedente è d’obbligo anche perché il fine del regista è lo stesso. I risultati purtroppo, diversi.
Iniziamo con la trama: la neo-vedova Ching, decide di diventare piratessa, proseguendo l’opera del suo marito-ammiraglio-pirata, ucciso a tradimento per complotti di corte. I saccheggi e i successi in battaglia della vedova Ching sono impressionanti, e si potranno fermare solo davanti all’imponente flotta imperiale.
Innanzi tutto la storia si spiega su due piani narrativi. Il primo è quello della storia a fine ‘700, il secondo è la rappresentazione teatrale di questa storia, fatta in un bordello-teatro cinese di metà novecento. C’è quindi un passaggio continuo (e abusato) fra questi due piani temporali e narrativi volto a uccidere totalmente la dimensione drammatico-emotiva della storia e negare ogni possibilità di epicità degli eventi narrati. Lo stesso risultato era stato raggiunto magnificamente nel film precedente grazie al "congelamento" e alla staticità delle immagini, unite ad una fotografia pittorica stupenda.
L’uso degli attori è altrettanto confuso. La commistione fra recitazione cinematografica e teatrale è incerta, indecisa tra una funzione storico-didascalica e una tensione drammatica che si contrappongono non solo nei due piani narrativi ma anche all’interno di essi aumentando la confusione dello spettatore e palesando quella del regista. A proposito di attori, il tentativo di nobilitazione di Bud Spencer (al secolo Carlo Pederzoli), fallisce miseramente, appioppandogli la parte di vecchio narratore-capitano spagnolo, per la quale appare totalmente inadatto.
Tutto questo rende il film noioso, mortalmente noioso, perche i brevi dialoghi sono dispersi in un mare di immagini che lo spettatore guarda ma nelle quali non vede niente, se non bei paesaggi, mare, altri bei paesaggi e ancora mare, non confortato neanche dalla stupenda resa fotografica de Il Mestiere delle Armi, ad opera sempre di Fabio Olmi.