Volendo raccogliere i pezzi della cronologia esplosa di questa storia c'è una sposa, incinta e insanguinata, c'è un colpo di pistola (bang!), ci sono quattro anni di silenzio. Poi, il risveglio in un letto in ospedale. La sposa è vuota, svuotata di tutto quello che aveva. Le rimane una sola cosa: la vendetta. Anche perchè la ex-sposina (Uma Thurman) è in realtà una killer professionista e gli obiettivi della sua vendetta sono proprio i suoi ex "colleghi", membri come lei della Squadra assassina vipere mortali, comandata dal misterioso Bill. E si vendicherà, eccome si vendicherà.
Kill Bill è un fantastico spettacolo per gli occhi, per le orecchie, ti esalta e ti disgusta. Tarantino è un ecologista del cinema, ricicla gli scarti, fruga nei rifiuti del cinema per salvare quello che deve essere salvato e lo nobilita cristallizandolo in una forma sublime. Lo stesso discorso vale per gli attori che, incamminati da tempo sul viale del tramomto ricevono un fischio e si ritrovano di nuovo sotto le luci della ribalta. In questo film i "miracolati" sono una Daryl Hannah orba per copione e David "Kung-Fu" Carradine.
E che dire dell'ultima scena, in puro stile soap o filmaccio di cui si spera fare un seguito?.Delizioso. Già perchè per chi non lo sapesse (ma chi è che non lo sa ormai? mia madre forse) il film è diviso in due parti, in due volumi. La prossima puntata è prevista per febbraio. E' una subdola manovra commerciale, lo so, ma con me ha funzionato in pieno. Non vedo l'ora di vedere la fine.
Tra il 1997 e il 1999, in otto scuole americane si sono consumate otto tragiche sparatorie. La più, tristemente, famosa è senza dubbio quella della Colombine High School. Gli americani sconvolti da quanto accaduto, si sono affrettati nel sparare sentenze, dare giudizi, incolpare. Ma al di là di manifestazioni contro Marylin Manson, contro film e videogiochi violenti, il loro analizzarsi è sempre stato uno scaricare a questo o a quello la responsabilità dell’accaduto. Recentemente uno splendido film, un documentario, “Bowling For Colombine” (Vincitore di un Oscar nel 2003 come miglior documentario, nonché primo documentario ad apparire a Cannes in 46 anni) di Michael Moore, ha analizzato il problema focalizzandosi sulla paura imposta dai media al popolo americano, interrogandosi sul perché in America sia cosi’ facile e quasi un diritto possedere un arma da fuoco.
Elephant, di Gus Van Sant, ispirandosi alla strage della Colombine, sceglie decisamente una strada differente. Inanzitutto, non ci troviamo di fronte ad un documentario, anche se tutto il film è girato all’interno di una scuola vera a Portland (Oregon), ed ha come protagonisti attori non professionisti (se si escludon
o i tre attori adulti). La macchina da presa segue un giorno scolastico, apparentemente, qualunque, spia discretamente i protagonisti di questo film, gli alunni, siano loro vittime o carnefici. La caratterizzazione dei personaggi attinge da classici stereotipi. Abbiamo l’alunno cresciuto troppo in fretta costretto a fare da genitore a suo padre, irresponsabile e ubriacone, il belloccio di turno campione di football, fidanzato con la più carina della scuola, le tre inseparabili amiche che condividono tutto, dallo spettegolare, allo shopping fino ad arrivare alla bulimia, alla studentessa bruttina e “sfigata”, bersagliata e derisa dalla compagne e ignorata dai compagni. Anche i due carnefici non escono dagli stessi schemi. Eric e Alex infatti appaiono isolati in loro stessi, relegati negli ultimi banchi in classe e anche loro derisi dai “fighetti” di turno. Coltivano passioni per le armi, giocano con videogiochi violenti, guardano documentari sul Nazismo, e se non fosse che Alex ama suonare Beethoven al pianoforte invece di ascoltare Marylin Manson, avremmo due perfetti carnefici scolastici stilizzati all’americana.
La regia è splendida. Girato interamente in 35 mm, tutto viene raccontato seguendo molteplici punti di vista: gli occhi degli studenti. Con ampio uso della steadycam ci immergiamo così in lunghi corridoi, nelle aule, rivediamo le stesse scene da angolazioni e stati d’animo differenti. Il volgere del
film può risultare piuttosto lento, sia per i numerosi, e lunghi, piani sequenza sia per i dialoghi ridotti al minimo. La prevalente scelta di un illuminazione naturale, e la quasi totale assenza di colonna sonora (se si escludono alcune sonate al piano di Beethoven) per affidarsi invece ai suoni di scena, rendono il film stilisticamente più vicino ad un documentario, per il suo realismo, che ad un vero e proprio film. Ed è forse qui che troviamo il limite di Elephant. Tutto viene mostrato freddamente, quasi senza un motivo, Tutto accade ma nulla viene veramente spiegato, non ci sono vere analisi nelle coscienze dei protagonisti, non trasparono vere motivazioni che giustifichino in qualche modo la strage finale. Accade e basta. Gus Van Sant, vuole quindi solo sollevare il problema, un problema reale, “un problema ignorabile come un elefante nel salotto” (è questo il detto a cui si ispira il titolo del film), forse sottovalutato, attraverso questo film che, ricordiamolo, ha vinto a Cannes la Palma D’oro e il Premio per la Migliore Regia.
“Non appena spieghi qualcosa ci sono altre cinque possibili risposte che vengono negate da quella spiegazione, senza considerare che alcune cose semplicemente non ce l’hanno una spiegazione” (Gus Van Sant).
Io, come tutti i coeniani sparsi nel globo, sono entrato in sala molto in ansia. "E' una commedia romantica, d'accordo, ma i Coen giocano coi generi e non mi deluderanno." pensavo. E invece sbagliavo, mi hanno deluso.
La bravura dei Coen sta proprio nel giocare con i clichè cinematografici e stravolgerli, nell' adottare un genere e cambiare tutte le regole come se fossero due bambini dispettosi ma simpatici. In questo film i bambini fanno i bravi. Seguono le regole, fanno il loro compitino. Certo a volte il black humor Coeniano viene fuori come nella morte di Joe Fischietto (episodio tanto divertente quanto inutile ai fini della trama), o in qualche battuta non ortodossa, ma il risultato finale è una commedia con personaggi un po' caricaturali e qualche elemento esasperato ma il tutto circoscrivibil e e assimilabile entro i confini del genere senza particolari stravolgimenti. Gli elementi che nei precedenti lavori dei fratelli americani rendevano interessante e piacevole le loro pellicole vengono qua a mancare: il protagonista atipico, situazioni in bilico tra il nonsense e la parodia e una sceneggiatura con meccanismi e ritmi perfetti.
Il film manca insomma del loro tocco magico, non dico che sia assimilabile ad una commediola con hugh grant ma è davvero lontana dagli standard qualitativi della ditta Coen & Coen. Insomma un passo falso. O forse (come suggeriva Dedalus) un modo per riempire i granai dopo l'immeritato flop de L'Uomo che non c'era in vista dei progetti futuri? In fondo Woody Allen dice espressamente di alternare un film "che vende" a uno più di nicchia per garantirsi i finanziamenti. Speriamo dunque che il prossimo film faccia di nuovo brillare i fratellini. Io sono fiducioso.
Inedita in italia (io ho ordinato il Dvd via amazon, in un edizione speciale che è un esempio di come fare Dvd di qualità), la sessantesima fatica del grande artigiano del cinema giapponese Kinji Fukasaku (la cui opera più famosa, almeno in occidente, resta "Tora! Tora! Tora!" co-diretto con Fleischer) si presenterebbe come un teen-movie di poche pretese e facile successo (nel paese del Sol Levante è un cult ed è da poco uscito anche un seguito). Ma merita tuttavia un commento, se non altro per l'assoluta originalità del soggetto. E poi, non è forse vero che l'apparenza inganna?
Ci troviamo a Coney Island, periferia di Brooklin. Quattro personaggi, quattro sogni, quattro ascese verso un comune incubo. Sara (Ellen Burstyn) é una vedova che vive nella solitudine ed ha nella TV il suo unico conforto, Harry (Jared Leto), suo figlio, é un giovane sbandato, in continua ricerca di droghe, unico mezzo per poter evadere dalla sua condizione di vita triste e desolata, Marion (Jennifer Connelly) é la ragazza di Harry e Tyrone (Marlon Wayans) un loro amico. Entrambi condividono l’esasperata dipendenza dalle droghe. La vita di Sara viene stravolta il giorno in cui un organizzatore del suo show televisivo preferito la chiama chiedendole la sua eventuale disponibilità nel partecipare allo show. Come un sogno finalmente avverato Sara fantastica e s
i convince di essere già protagonista. Si mette a confronto con una vecchia foto e si riscopre grassa, invecchiata…il suo vestito rosso non le sta più. Decide di mettersi a dieta, e un medico senza scrupoli le prescrive delle anfetamine come base di una cura dimagrante. La risposta dell’organizzatore non arriva, e Sara lentamente si perde, incomincia ad abusare delle anfetamine, per poi diventarne completamente dipendente.Harry, Tyron e Marion, stufi di espedienti per trovare la droga, decidono di mettersi in proprio, vogliono diventare ricchi commercianti, passare dall’altra parte. Tutto fila liscio inizialmente, le casse si riempiono di soldi, i soldi portano felicità e amore. Ma quando qualcosa va storto, inizia la discesa verso l’incubo. I soldi finiscono, la ricerca della droga no. Harry torna povero, perde tutto, amore e soldi, per poi finire orribilmente mutilato in una camera d’ospedale, Tyron finisce in prigione in compagnia dei ricordi di una madre che riponeva fiducia e stima in un lui bambino. Marion finisce per vendere se stessa in cambio di una dose. Sara oramai completamente distrutta dalle anfetamine, riuscirà finalmente a partecipare al suo show, in compagnia di Harry, ma solo nella sua mente, oramai svanita in un elettroshock di una clinica psichiatrica.I personaggi di “Requiem for a Dream” spariscono pian piano, spariscono le loro coscienze, i loro sogni si tramutano in incubi. Sono portati inesorabilmente all’autodistruzione, incapaci di rapportarsi in modo reale a cio’ che li circonda, nella continua ricerca di allontanare il più possibile tristezza e sofferenza. Aronofsky non usa mezzi termini, racconta il tutto nel modo più allucinato eppure reale possibile, lontano anni luce dalla visione decisamente più modaiola e fant
asiosa di un “Trainspotting”. Ottimi tutti gli attori, visivamente tutto viene raccontato in modo sublime, il proseguo del film é furioso, veloce, farcito di trovate registiche originali e di notevole impatto, il montaggio é frenetico, e non ci sono differenze tra sogni e incubi. La colonna sonora é stata affidata a Clint Mansell (che già aveva partecipato a Pi) in collaborazione con il Kronos Quartet. Musica e suoni si sposano perfettamente con le immagini, talvolta pittoresche. Il tutto è conciliato per colpire duro, affondare nelle coscienze dello spettatore, nel farlo riflettere su ciò che il film vuole lasciare, la negazione a qualsiasi tipo di droga, sia essa eroina o televisione, il rigetto a qualunque tipo di dipendenza, che toglie la facoltà di scegliere e quindi annulla l’individuo in sé, il senso di impotenza dei protagonisti nel poter cambiare le proprie vite, l’illusione di un futuro migliore, il sogno appunto.
Parigi, 1968. Matthew (Micheal Pitt), un ragazzo americano ventenne, appassionato di cinema, in Francia per imparare la lingua incontra due gemelli suoi coetanei, Theo (Luis garrell) e Isabelle (Eva green) accaniti cinefili anch'essi. Il giorno dopo si trasferisce in casa loro, libera per un mese dalla presenza dei genitori.E in questa casa grande labirintica e decadente i tre ragazzi si perdono in una realtà altra, fatta di cinema, alcol e iniziazione al sesso che ha i contorni del sogno. E sarà proprio la realtà a strapparli dal sogno e ricacciarli "dans la rue".
The dreamers non è un film sul 68', non è un film sul cinema, non è neanche un film sui giovani. E' un film sul sogno, un non luogo dove le leggi del mondo non hanno senso o meglio non ha senso rispettarle, dove ci può essere una fusione armonica della razionalità e dell'edonismo, dell'apollineo e del dionisiaco che non sarebbe possibile tra le frizioni della realtà.
I tre ragazzi sono immersi in una realtà mutevole, viva più che mai, che si può cogliere solo affacciando si alla finestra, ma a loro non interessa. La loro totale devozione al cinema già indica una tensione verso un'altra realtà, la realtà (finzione) filmica. Non solo da spettatori passivi, ma da spettatori-emulatori che simulano una simulazione, confondendo ulteriormente i piani di realtà e sogno. I loro sguardi alla finestra, sulla strada sono distratti, non si sentono realmente attratti da quello che vedono, fino a quando la strada li trascina a se rivelando loro l'impossibilità di una convivenza al di fuori del sogno.
Un gran film, girato magistralmente da Bertolucci con delle sequenze indimenticabili, come il gioco di specchi nella vasca da bagno o la metamorfosi di Isabelle in Venere di Milo e impreziosito una colonna sonora sublime che va dal glorioso rock del tempo a delle perle della musica francese come Edith Piaf e Françoise Hardy. Molto bravi (e coraggiosi) i giovani attori che danno una prova recitativa molto intensa.
salvarsi dal ricommettere gli stessi errori, dal soffrire di nuovo e dal sentirsi tradito dalla vita. Perché, e ce lo dice la scena finale, lui ci è già passato. Lui sa già tutto. In una sorta di “ritorno al futuro” esistenziale, Allen torna al se stesso di trent’anni fa e cerca di cambiare il corso del tempo, pur sapendo che per lui ormai la vita è passata. Ed è stato quello che è.
Tim Burton è tornato. E' con grande emozione che lo dico perchè nel guardare il trailer appena uscito della sua ultima creatura mi sento elettrizzato, eccitato, impaziente come raramente mi sono sentito di fronte a una mera presentazione e qualche dettaglio sulla trama... E lo ripeto perchè sia chiaro: Tim Burton è tornato! Anzi, mi sbilancerò ulteriormente: Tim Burton è tornato ed è più grande che mai. Perchè "Big Fish", questo il titolo, è uno di quei film che (per come la vedo io) puzza di capolavoro lontano un miglio. Si racconta la storia di William Bloom (il talentuoso e sottovalutato Billy Crudup) che dopo un lungo periodo di lontananza è costretto a tornare a casa, su richiesta della madre (Jessica Lange), per assistere il vecchio padre morente, Edward (Albert Finney). Nel tentativo di ricostruirne la vita e di comprenderne l'esistenza William cerca di rimettere in piedi la sua storia attraverso gli innumerevoli racconti più o meno fantasiosi fattigli dal padre. Riviviamo così la vita del giovane Edward (Ewan McGregor), le sue infinite avventure, i suoi in
credibili viaggi e la storia d'amore con la giovane Sandy, sua futura moglie (Alison Lohman).
nella sola New York e in Canada. Per quanto riguarda il resto degli States slitta curiosamente di più di un mese (23 gennaio). In Europa arriverà già una settimana dopo, ma per vederlo doppiato nel nostro paese dovremmo forse aspettare la primavera. Intanto godetevi il trailer appena uscito e rendete giustizia alla meravigliosa locandina gustandovela in un formato più appropriato. Che altro posso aggiungere? Ah, si... TIM BURTON E' TORNATO!
te nella mia lista dei film più attesi della prossima stagione. "Zatoichi", questo il titolo, è un film in costume ambientato nelle campagne giapponesi dell'800 e racconta la storia di un maestro di spada cieco (ovviamente interpretato da "Beat" Takeshi) e della sua lotta contro una banda di banditi che vessano un piccolo paese (vi dice niente?). Zatoichi è caratterizzato da un look a dir poco insolito, soprattutto per il Giappone di quel pe
riodo: capelli cortissimi e color platino per un immagine che ricorda più quella di un fumetto che quella di un samurai. Una nuova incursione per il regista giapponese in un genere a lui del tutto estraneo che ripropone la volontà di sperimentare già vista in "L'estate di Kikujiro" e "Dolls" e omaggia il maestro Kurosawa riinventandolo da zero. Il film presenta una quantità di violenza inedita anche nelle precedenti pellicoli di Kitano, che già erano caratterizzate da tinte piuttosto forti e il numero di combattimenti e di morti è altissimo. Il film è atteso per dicembre in Italia, ma se, come per me, l'attesa è dura, ammorbiditela con il trailer. Districarsi fra gli ideogrammi non è così difficile!
Vi riporto una divertente intervista a tre con George Clooney e I fratelli Coen a proposito del loro ultimo lavoro, Intolerable Cruelty (disgraziatamente tradotto in italiano con Prima ti sposo, poi ti rovino, in uscita in Italia il 17 Ottobre).
Sono infatti da poco finite le riprese (così sostiene IMDB qui) di "Eternal Sunshine Of The Spotless Mind" nuovo frutto degli sforzi congiunti di Charlie e del regista Michael Godry, già insieme per "Human Nature". Il film, in uscita il prossimo anno negli States racconta la storia di Joel (Jim Carrey) e della sua fidanzata Clementine (Kate Winslet). Una normale relazione in crisi, la loro, almeno fino a quando Joel non scopre che Clementine ha fatto rimuovere dalla sua mente ogni ricordo relativo alla loro vicenda. Anche Joel decide di sottoporsi allo stesso trattamento (qui) ma qualcosa va storto nel processo. Inizierà un viaggio allucinato nella sua mente e nei suoi ricordi a cui parteciperanno Joel stesso e il team di medici intenzionati a rimediare. I dettagli sulla trama finiscono (fortunatamente) qua ma è certa la presenza nel cast, oltre ai due protagonisti, anche di Tom Wilkinson, Kirsten Dunst ed Elijah Wood, tutti parte del team di medici che operano Joel. Insomma le premesse per un nuovo colpo di genio di Kaufman ci sono tutte, il cast è più che interessante e se la regia sarà all'altezza è probabile che Eternal Sunshine Of The Spotless Mind sarà un film da non perdere la prossima stagione.
Ovvero come uccidere un mito. Nonostante Puzo sia morto nel 1999 a Hollywood hanno pensato bene che è un peccato non riesumare la sua opera che dormiva un glorioso sonno e hanno deciso di rimetterla in pasto alla macchina mangiasoldi che è il cinema mainstream. Insomma si sta allestando la sceneggiatura de Il Padrino 4 tratta da Omertà, l'ultimo libro di Mario Puzo. Per la regia si vocifera Scorsese, ma a me suona comunque come una profanazione di un mito. Spero proprio che il progetto fallisca.
Ridley Scott cambia completamente genere, dopo Black Hawk Down e il Gladiatore fa quello che Spielberg ha fatto con "Prova a prendermi". Ed è un bene perchè quando dei grandi registi la smettono di giocare con la morale e i grandi temi, producendo film tecnicamente ineccepibili ma intellettualemnte discutibili, se ne escono con dei divertissment, divertono e convincono.

Un film, ma in quel di Genova si è anch rivelato una specie di happening. Ieri sera , un umido giovedì sera una inaspettata quantità di gente si è trovata alla proiezione di Brian di Nazareth in una piccola sala genovese che ospita Effetto Notte, una bella rassegna cinematografica. Anche gli organizzatori si sono trovati decisamente spiazzati dall'enorme quantità di gente accorsa all'avvenimento e hanno dovuto organizzare una proiezione successiva su due piedi per cercare di accontentare tutti. La sala era poi, ovviamente, strapiena, molti cercavano sedili di fortuna o hanno addirittura guardato il film in piedi. Per un film normale ciò non è molto rilevante ma per questo, dove le risate si susseguono incessantemente, una sala strapiena fa certamente un bell'effetto (anche se le risate coprivano le battute successive, per fortuna era la mia seconda visione del film).
La trama è comunque poco più che un pretesto per permettere al sestetto inglese di sfoderare una serie inesauribile si situazioni comiche e paradossali davvero irresistibili grazie al loro umorismo tagliente e molto "british".
Un film assolutamente imperdibile, la migliore prova dei MP, secondo me tra i picchi più alti raggiunti dalla comicità moderna. Sfortunatamente il film in Italia è quasi introvabile, esisteva una versione VHS ma non è stata più pubblicata, davero un peccato, ma se avete amici o conoscenti da cui potete farvela prestare fatelo subito!