martedì, ottobre 28, 2003

Comunicazione di servizio
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Se avete i nostri stesso gusti in fatto di film, se vi piace scrivere (e se conoscete l'italiano :D), e se vi fa piacere che le vostre recensioni siano lette da qualche persona (non tantissime, aihmè), magari potete collaborare con questo blog. Se l'idea vi interessa mandatemi un messaggio privato o contattatemi via msn che ne parliamo con calma.
RedmondBarry (msn : superzebe@hotmail.com)

postato da: RedmondBarry alle ore ottobre 28, 2003 18:39 | link | commenti
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sabato, ottobre 25, 2003

Kill Bill Vol.1
(id; Usa, Japan 2003; col, b/n 111')
di RedmondBarry

"Bang bang he shot me down
Bang bang I hit the ground
Bang bang that awful sound
Bang bang my baby shot me down"


Volendo raccogliere i pezzi della cronologia esplosa di questa storia c'è una sposa, incinta e insanguinata, c'è un colpo di pistola (bang!), ci sono quattro anni di silenzio. Poi, il risveglio in un letto in ospedale. La sposa è vuota, svuotata di tutto quello che aveva. Le rimane una sola cosa: la vendetta. Anche perchè la ex-sposina (Uma Thurman) è in realtà una killer professionista e gli obiettivi della sua vendetta sono proprio i suoi ex "colleghi", membri come lei della Squadra assassina vipere mortali, comandata dal misterioso Bill. E si vendicherà, eccome si vendicherà.
Questa è la trama, banale, abusata, stereotipata, ma non importa. Perchè a dirigere la furia della sposa c'è un'altro risvegliato dal coma (artistico),Quentin Tarantino, che, da cannibale quale è ingoia tutta la cinematografia dei kung-fu movie, degli spaghetti western, anime giapponesi, action movie e dopo averla assimilata la risputa in una forma nuova, maestosa e esplosiva. Tarantino gioca a fare Dio, modificando il tempo, gli spazi, la fisica e i colori, resuscitando icone cinematografiche, omaggiandone altre fino alla devozione altre.
Ma tutto questo non è un semplice aggiornamento di clichè vecchi, è un patchwork cinematografico che ha vita propria. Una straordinaria apoteosi di violenza cinematografica, che ha il suo Maestoso nel feroce, sublime balletto-massacro con katana nel nightclub giapponese dove la tuta gialla della sposa disegna cerchi e piroette in mezzo acompleti nerobianchi (le iene docet) dei cattivi e il rosso del loro sangue, in un crescendo di arti volanti, pance aperte e teste mozzate per finire con il poetico duello finale (finale del Vol.1), in uno splendido giardino notturno innevato.
Kill Bill è un fantastico spettacolo per gli occhi, per le orecchie, ti esalta e ti disgusta. Tarantino è un ecologista del cinema, ricicla gli scarti, fruga nei rifiuti del cinema per salvare quello che deve essere salvato e lo nobilita cristallizandolo in una forma sublime. Lo stesso discorso vale per gli attori che, incamminati da tempo sul viale del tramomto ricevono un fischio e si ritrovano di nuovo sotto le luci della ribalta. In questo film i "miracolati" sono una Daryl Hannah orba per copione e David "Kung-Fu" Carradine. E che dire dell'ultima scena, in puro stile soap o filmaccio di cui si spera fare un seguito?.Delizioso. Già perchè per chi non lo sapesse (ma chi è che non lo sa ormai? mia madre forse) il film è diviso in due parti, in due volumi. La prossima puntata è prevista per febbraio. E' una subdola manovra commerciale, lo so, ma con me ha funzionato in pieno. Non vedo l'ora di vedere la fine.

scheda imdb

postato da: RedmondBarry alle ore ottobre 25, 2003 21:25 | link | commenti (17)
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martedì, ottobre 21, 2003

Elephant
(id; USA 2003; col 81')

Tra il 1997 e il 1999, in otto scuole americane si sono consumate otto tragiche sparatorie. La più, tristemente, famosa è senza dubbio quella della Colombine High School. Gli americani sconvolti da quanto accaduto, si sono affrettati nel sparare sentenze, dare giudizi, incolpare. Ma al di là di manifestazioni contro Marylin Manson, contro film e videogiochi violenti, il loro analizzarsi è sempre stato uno scaricare a questo o a quello la responsabilità dell’accaduto. Recentemente uno splendido film, un documentario, “Bowling For Colombine” (Vincitore di un Oscar nel 2003 come miglior documentario, nonché primo documentario ad apparire a Cannes in 46 anni) di Michael Moore, ha analizzato il problema focalizzandosi sulla paura imposta dai media al popolo americano, interrogandosi sul perché in America sia cosi’ facile e quasi un diritto possedere un arma da fuoco.

Elephant, di Gus Van Sant, ispirandosi alla strage della Colombine, sceglie decisamente una strada differente. Inanzitutto, non ci troviamo di fronte ad un documentario, anche se tutto il film è girato all’interno di una scuola vera a Portland (Oregon), ed ha come protagonisti attori non professionisti (se si escludono i tre attori adulti). La macchina da presa segue un giorno scolastico, apparentemente, qualunque, spia discretamente i protagonisti di questo film, gli alunni, siano loro vittime o carnefici. La caratterizzazione dei personaggi attinge da classici stereotipi. Abbiamo l’alunno cresciuto troppo in fretta costretto a fare da genitore a suo padre, irresponsabile e ubriacone, il belloccio di turno campione di football, fidanzato con la più carina della scuola, le tre inseparabili amiche che condividono tutto, dallo spettegolare, allo shopping fino ad arrivare alla bulimia, alla studentessa bruttina e “sfigata”, bersagliata e derisa dalla compagne e ignorata dai compagni. Anche i due carnefici non escono dagli stessi schemi. Eric e Alex infatti appaiono isolati in loro stessi, relegati negli ultimi banchi in classe e anche loro derisi dai “fighetti” di turno. Coltivano passioni per le armi, giocano con videogiochi violenti, guardano documentari sul Nazismo, e se non fosse che Alex ama suonare Beethoven al pianoforte invece di ascoltare Marylin Manson, avremmo due perfetti carnefici scolastici stilizzati all’americana.

La regia è splendida. Girato interamente in 35 mm, tutto viene raccontato seguendo molteplici punti di vista: gli occhi degli studenti. Con ampio uso della steadycam ci immergiamo così in lunghi corridoi, nelle aule, rivediamo le stesse scene da angolazioni e stati d’animo differenti. Il volgere del film può risultare piuttosto lento, sia per i numerosi, e lunghi, piani sequenza sia per i dialoghi ridotti al minimo. La prevalente scelta di un illuminazione naturale, e la quasi totale assenza di colonna sonora (se si escludono alcune sonate al piano di Beethoven) per affidarsi invece ai suoni di scena, rendono il film stilisticamente più vicino ad un documentario, per il suo realismo, che ad un vero e proprio film. Ed è forse qui che troviamo il limite di Elephant. Tutto viene mostrato freddamente, quasi senza un motivo, Tutto accade ma nulla viene veramente spiegato, non ci sono vere analisi nelle coscienze dei protagonisti, non trasparono vere motivazioni che giustifichino in qualche modo la strage finale. Accade e basta. Gus Van Sant, vuole quindi solo sollevare il problema, un problema reale, “un problema ignorabile come un elefante nel salotto” (è questo il detto a cui si ispira il titolo del film), forse sottovalutato, attraverso questo film che, ricordiamolo, ha vinto a Cannes la Palma D’oro e il Premio per la Migliore Regia.

Non appena spieghi qualcosa ci sono altre cinque possibili risposte che vengono negate da quella spiegazione, senza considerare che alcune cose semplicemente non ce l’hanno una spiegazione” (Gus Van Sant).




postato da: Kesson alle ore ottobre 21, 2003 16:40 | link | commenti (18)
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domenica, ottobre 19, 2003

Intolerable Cruelty
(USA 2003; col 100')
Io, come tutti i coeniani sparsi nel globo, sono entrato in sala molto in ansia. "E' una commedia romantica, d'accordo, ma i Coen giocano coi generi e non mi deluderanno." pensavo. E invece sbagliavo, mi hanno deluso.
La trama è piuttosto esile e banale: Miles Massey (George Clooney) è un avvocato divorzista di grido che non perde mai una causa. A farne le spese è la bella cacciatrice di mariti Marylin Rexroth (Catherine Zeta-Jones), che si vede negati gli alimenti grazie all'astuzia di Massey, avvocato del marito. Marylin cerca allora vendetta e approfitta dell'infatuazione dell'avvocato per lei per incastrarlo in un matrimonio di convenienza, ma come in tutte le commedie romantiche l'amore trionferà. E già questo è un sintomo che qualcosa non torna. La bravura dei Coen sta proprio nel giocare con i clichè cinematografici e stravolgerli, nell' adottare un genere e cambiare tutte le regole come se fossero due bambini dispettosi ma simpatici. In questo film i bambini fanno i bravi. Seguono le regole, fanno il loro compitino. Certo a volte il black humor Coeniano viene fuori come nella morte di Joe Fischietto (episodio tanto divertente quanto inutile ai fini della trama), o in qualche battuta non ortodossa, ma il risultato finale è una commedia con personaggi un po' caricaturali e qualche elemento esasperato ma il tutto circoscrivibil e e assimilabile entro i confini del genere senza particolari stravolgimenti. Gli elementi che nei precedenti lavori dei fratelli americani rendevano interessante e piacevole le loro pellicole vengono qua a mancare: il protagonista atipico, situazioni in bilico tra il nonsense e la parodia e una sceneggiatura con meccanismi e ritmi perfetti. Il film manca insomma del loro tocco magico, non dico che sia assimilabile ad una commediola con hugh grant ma è davvero lontana dagli standard qualitativi della ditta Coen & Coen. Insomma un passo falso. O forse (come suggeriva Dedalus) un modo per riempire i granai dopo l'immeritato flop de L'Uomo che non c'era in vista dei progetti futuri? In fondo Woody Allen dice espressamente di alternare un film "che vende" a uno più di nicchia per garantirsi i finanziamenti. Speriamo dunque che il prossimo film faccia di nuovo brillare i fratellini. Io sono fiducioso.


P.S. : Mi rifiuto di intitolare il post con il titolo italiano del film, traduttori imbecilli.

scheda imdb

postato da: RedmondBarry alle ore ottobre 19, 2003 23:12 | link | commenti (4)
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mercoledì, ottobre 15, 2003

Battle Royale
(or: Batoru rowaiaru; JAP 2000; col 122')
Inedita in italia (io ho ordinato il Dvd via amazon, in un edizione speciale che è un esempio di come fare Dvd di qualità), la sessantesima fatica del grande artigiano del cinema giapponese Kinji Fukasaku (la cui opera più famosa, almeno in occidente, resta "Tora! Tora! Tora!" co-diretto con Fleischer) si presenterebbe come un teen-movie di poche pretese e facile successo (nel paese del Sol Levante è un cult ed è da poco uscito anche un seguito). Ma merita tuttavia un commento, se non altro per l'assoluta originalità del soggetto. E poi, non è forse vero che l'apparenza inganna?
Battle Royale è ambientato in un futuro molto prossimo in cui il Giappone si trova in una situazione di crisi economica e sociale e vede la propria gioventù scivolare sempre più verso la delinquenza e l'immoralità. In risposta a questo il governo vara la legge B.R. che prevede che ogni anno una classe al nono anno di scuola (per intenderci quindici anni) venga portata su un isola deserta e costretta a massacrarsi per tre giorni e tre notti, finchè non ne rimanga uno solo. Il tutto è impreziosito da un collare che gli alunni sono costretti a indossare e che esploderà alla fine del tempo qualora rimanga più di un sopravvisuto. In parole povere "o uccidi, o muori". Sotto l'occhio a dir poco severo del loro professore Kitano (interpretato proprio da un "Beat" Takeshi sempre uguale a se stesso), i quarantadue studenti si troveranno a scegliere fra la morte dei propri compagni e la loro.
Sebbene possa sembrare tutto un espediente per vedere adolescenti uccisi nei modi più splatter immaginabili, Battle Royale nasconde in realtà un significato più profondo. E' un film sulla perdita, della vita, della libertà, del dialogo, della ragione, del controllo. In Battle Royale, l'irrazionalità regna sovrana, a partire dalla stessa premessa del film per arrivare ai comportamenti di ogni singolo personaggio, passando per l'incredibile ammontare di violenza (quasi cartoonesca) presente dall'inizio alla fine del film. Ed è un film sull'adolescenza (non a caso la sceneggiatura è del figlio del regista), su come piccole cose, screzi da niente e sentimenti fragili e effimeri siano in realtà le cose più importanti nella vita di un quindicenne. C'è lo studente che si sacrifica per una ragazza e muore nelle sue braccia sussurandole che è "molto carina", la solitaria della classe che trivella di colpi alcune delle sue compagne per averla sempre esclusa e presa in giro e il secchione che uccide ripassando le formule delle equazioni e che deve sopravvivere per andare nelle migliori scuole. Se proprio dovessi portare un paragone, seppure forzato sotto alcuni punti di vista, si potrebbe dire che le tematiche di Battle Royal non sono poi tanto diverse da quel capolavoro della letteratura che è "Il signore delle mosche" di Golding.
Battle Royale non è certo arte, nè tantomeno ha la pretesa di esserlo. E' però un buon film, di certo mai noioso, assolutamente originale e sotto certi punti di vista decisamente innovativo. E se guardato con lo spirito giusto e in particolare con un po' di apertura mentale, può lasciare un segno nello spettatore che, per quanto piccolo, poche altre pellicole possono lasciare.








postato da: dedalus1 alle ore ottobre 15, 2003 22:07 | link | commenti (13)
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martedì, ottobre 14, 2003

Requiem For A Dream
(id; USA 2000; col)

Si era fatto conoscere al pubblico con “Pi Greco – Il Teorema del delirio”, sua opera prima datata 1998, film apprezzato dalla critica al Sundance Film Festival dello stesso anno. Ma nel 2000, con “Requiem For a Dream” (mai distribuito in Italia) Darren Aronofsky si é confermato regista di talento, nel raccontare una viaggio allucinante e allucinato.Ci troviamo a Coney Island, periferia di Brooklin. Quattro personaggi, quattro sogni, quattro ascese verso un comune incubo. Sara (Ellen Burstyn) é una vedova che vive nella solitudine ed ha nella TV il suo unico conforto, Harry (Jared Leto), suo figlio, é un giovane sbandato, in continua ricerca di droghe, unico mezzo per poter evadere dalla sua condizione di vita triste e desolata, Marion (Jennifer Connelly) é la ragazza di Harry e Tyrone (Marlon Wayans) un loro amico. Entrambi condividono l’esasperata dipendenza dalle droghe. La vita di Sara viene stravolta il giorno in cui un organizzatore del suo show televisivo preferito la chiama chiedendole la sua eventuale disponibilità nel partecipare allo show. Come un sogno finalmente avverato Sara fantastica e si convince di essere già protagonista. Si mette a confronto con una vecchia foto e si riscopre grassa, invecchiata…il suo vestito rosso non le sta più. Decide di mettersi a dieta, e un medico senza scrupoli le prescrive delle anfetamine come base di una cura dimagrante. La risposta dell’organizzatore non arriva, e Sara lentamente si perde, incomincia ad abusare delle anfetamine, per poi diventarne completamente dipendente.Harry, Tyron e Marion, stufi di espedienti per trovare la droga, decidono di mettersi in proprio, vogliono diventare ricchi commercianti, passare dall’altra parte. Tutto fila liscio inizialmente, le casse si riempiono di soldi, i soldi portano felicità e amore. Ma quando qualcosa va storto, inizia la discesa verso l’incubo. I soldi finiscono, la ricerca della droga no. Harry torna povero, perde tutto, amore e soldi, per poi finire orribilmente mutilato in una camera d’ospedale, Tyron finisce in prigione in compagnia dei ricordi di una madre che riponeva fiducia e stima in un lui bambino. Marion finisce per vendere se stessa in cambio di una dose. Sara oramai completamente distrutta dalle anfetamine, riuscirà finalmente a partecipare al suo show, in compagnia di Harry, ma solo nella sua mente, oramai svanita in un elettroshock di una clinica psichiatrica.I personaggi di “Requiem for a Dream” spariscono pian piano, spariscono le loro coscienze, i loro sogni si tramutano in incubi. Sono portati inesorabilmente all’autodistruzione, incapaci di rapportarsi in modo reale a cio’ che li circonda, nella continua ricerca di allontanare il più possibile tristezza e sofferenza. Aronofsky non usa mezzi termini, racconta il tutto nel modo più allucinato eppure reale possibile, lontano anni luce dalla visione decisamente più modaiola e fantasiosa di un “Trainspotting”. Ottimi tutti gli attori, visivamente tutto viene raccontato in modo sublime, il proseguo del film é furioso, veloce, farcito di trovate registiche originali e di notevole impatto, il montaggio é frenetico, e non ci sono differenze tra sogni e incubi. La colonna sonora é stata affidata a Clint Mansell (che già aveva partecipato a Pi) in collaborazione con il Kronos Quartet. Musica e suoni si sposano perfettamente con le immagini, talvolta pittoresche. Il tutto è conciliato per colpire duro, affondare nelle coscienze dello spettatore, nel farlo riflettere su ciò che il film vuole lasciare, la negazione a qualsiasi tipo di droga, sia essa eroina o televisione, il rigetto a qualunque tipo di dipendenza, che toglie la facoltà di scegliere e quindi annulla l’individuo in sé, il senso di impotenza dei protagonisti nel poter cambiare le proprie vite, l’illusione di un futuro migliore, il sogno appunto.

postato da: Kesson alle ore ottobre 14, 2003 13:04 | link | commenti (12)
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lunedì, ottobre 13, 2003

The Dreamers
(id; GB, Francia, Italia 2003; col)
Parigi, 1968. Matthew (Micheal Pitt), un ragazzo americano ventenne, appassionato di cinema, in Francia per imparare la lingua incontra due gemelli suoi coetanei, Theo (Luis garrell) e Isabelle (Eva green) accaniti cinefili anch'essi. Il giorno dopo si trasferisce in casa loro, libera per un mese dalla presenza dei genitori.E in questa casa grande labirintica e decadente i tre ragazzi si perdono in una realtà altra, fatta di cinema, alcol e iniziazione al sesso che ha i contorni del sogno. E sarà proprio la realtà a strapparli dal sogno e ricacciarli "dans la rue". The dreamers non è un film sul 68', non è un film sul cinema, non è neanche un film sui giovani. E' un film sul sogno, un non luogo dove le leggi del mondo non hanno senso o meglio non ha senso rispettarle, dove ci può essere una fusione armonica della razionalità e dell'edonismo, dell'apollineo e del dionisiaco che non sarebbe possibile tra le frizioni della realtà.
I tre ragazzi sono immersi in una realtà mutevole, viva più che mai, che si può cogliere solo affacciando si alla finestra, ma a loro non interessa. La loro totale devozione al cinema già indica una tensione verso un'altra realtà, la realtà (finzione) filmica. Non solo da spettatori passivi, ma da spettatori-emulatori che simulano una simulazione, confondendo ulteriormente i piani di realtà e sogno. I loro sguardi alla finestra, sulla strada sono distratti, non si sentono realmente attratti da quello che vedono, fino a quando la strada li trascina a se rivelando loro l'impossibilità di una convivenza al di fuori del sogno.
E appunto se la strada è la realtà, la dimensione onirica è rappresentata dalla casa, una casa labirintica, grande, dove gli spazi perdono il loro significato comune, si fa l'amore in cucina, si dorme in sala, si fa salotto nella vasca da bagno. La casa pur essendo nel centro del mondo-68 è isolata da esso: i giovani non escono mai, il telefono è staccato e non c'è nenache più cibo in casa, sembra che i tre si nutrano solo di cinema, di politica e di sesso. E il sesso nel film è mostrato per quello che è, senza rispettare i "canoni" cinematografici della allusione sessuale; ha semmai i contorni del sogno erotico, passionale, estremo, incestuoso e si inserisce perfettamente nel contesto filmico.
Un gran film, girato magistralmente da Bertolucci con delle sequenze indimenticabili, come il gioco di specchi nella vasca da bagno o la metamorfosi di Isabelle in Venere di Milo e impreziosito una colonna sonora sublime che va dal glorioso rock del tempo a delle perle della musica francese come Edith Piaf e Françoise Hardy. Molto bravi (e coraggiosi) i giovani attori che danno una prova recitativa molto intensa.

il sito del film

postato da: RedmondBarry alle ore ottobre 13, 2003 12:49 | link | commenti (8)
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giovedì, ottobre 09, 2003

Big Fish su Apple
Il trailer di Big Fish è ora disponibile anche sul sito della Apple, in diversi formati e pure per il download. Divertitevi qui!

postato da: dedalus1 alle ore ottobre 09, 2003 15:26 | link | commenti (1)
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mercoledì, ottobre 08, 2003

Anything Else
(id.; USA 2003; col 108')

di dedalus1
"Anything Else" è "Io e Annie". E non è per modo di dire. Per i primi quaranta minuti di film lo spettatore è legittimato a chiedersi se quello a cui sta assistendo, piuttosto che un nuovo film di Allen, non sia un remake per il nuovo millennio del capolavoro del ’77. Dialoghi molto simili, scene che sembrano riprese pari pari, battute che sfiorano l’autoplagio. E se è vero che come disse una volta Scorsese, ogni film di Allen è parte di un unico grande film, e se è vero che lo stesso Allen ama “citarsi addosso”, è anche vero che non è certo uno stupido, né si può dire che non conosca il senso della misura. Eppure "Anything Else" resta uguale a "Io e Annie". Si direbbe quindi che dopo un decennio, quello degli anni novanta, passato a sperimentare nuove forme e nuove situazioni (dal musical di “Tutti dicono I love you” al noir di “Ombre e nebbia” passando per la crime-story di “Misterioso omicidio a Manhattan” e le sperimentazioni narrative di “Harry a pezzi”) e un inizio di millennio dove era tornato alle commedie leggere che avevano caratterizzato la prima fase della sua produzione, Woody sia ora intenzionato a riprendere in mano quel genere di film che lo portò alla consacrazione definitiva alla fine degli anni ’70. Davvero così facile? Io non credo.
Il film racconta la storia di Jerry Falk, scrittore comico e aspirante romanziere, (un “Jason Biggs” completamente “allenizzato”) e del suo tumultuoso rapporto con la fidanzata Amanda (Christina Ricci, un po' fuori posto a mio avviso). All’interno di questo, che sembrerebbe essere il filone principale del film, si inserisce un’altra serie di relazioni che condizionano più o meno la vita del povero Jerry: il manager (un Danny De Vito esplosivo anche in un ruolo tutto sommato minore) da cui non riesce a staccarsi per paura di ferirlo, la madre di Amanda (Stockard Channing) che invade il suo piccolo appartamento complicando ulteriormente la relazione con la figlia e uno psicanalista che non proferisce parola per intere sedute. E ovviamente David Dobel (Woody Allen), anch’egli scrittore comico, che Jerry conosce casualmente ma con il quale instaura un rapporto fatto di lunghe chiacchierate passeggiando nel parco, attraverso le quali il vecchio diventerà gradualmente maestro di vita, analista e mentore del ragazzo. Dobel è tutto quello che è Jerry (e quindi Alvy, Isaac, Sandy, Harry, insomma Woody), solo elevato alla decima potenza e invecchiato di quarant’anni. Mentalmente instabile, paranoico, intellettuale, ossessivo, pessimista, dissacrante Dobel elargisce a ogni piè sospinto perle di saggezza da alternarsi a veri e propri deliri.
Ed è proprio nel complesso rapporto che si viene a creare fra i due che il film ha la sua svolta. Io e Annie è ancora lì, ma c’è un intruso, un visitatore: David Dobel. Che cerca di correggere, di aiutare, di far capire a Jerry come è veramente la vita. E alla fine, col suo ultimo gesto, lascia la lezione più importante di tutte: puoi contare solo su te stesso. Allen guarda al suo passato, a quello che è stato, e nel farlo fa una copia carbone del suo film più celebre, che lo ha presentato al pubblico nel ruolo che gli è poi rimasto addosso per il resto della carriera, per poi inserirvi un elemento di disturbo: se stesso. E’ come se stesse cercando di salvarsi dal ricommettere gli stessi errori, dal soffrire di nuovo e dal sentirsi tradito dalla vita. Perché, e ce lo dice la scena finale, lui ci è già passato. Lui sa già tutto. In una sorta di “ritorno al futuro” esistenziale, Allen torna al se stesso di trent’anni fa e cerca di cambiare il corso del tempo, pur sapendo che per lui ormai la vita è passata. Ed è stato quello che è.
“Anything Else” non sarà uno dei migliori film di Allen, ma è certamente, per come la vedo io, uno dei più significativi. E se fosse davvero parte di un unico grande film, questo sarebbe un finale perfetto.

di Redmondbarry
Jazz, sobrio titolo bianco su chermo nero. Già si capisce a che cosa stai andando incontro. E' l'ultimo film newyorchese di Woody Allen. New York, il mondo di Woody Allen, l'unico sua dimensione possibile? Forse si, forse no.
Ma andiamo con ordine. Innanzi tutto Woody alla non più verde età di 68 anni si è reso per fortuna conto che non è più credibile come partner amoroso di una qualsiasi under 50. E allora passa (parzialmente) lo scettro di tenero-complesso-frustrato amante a Jason Biggs che interpreta il giovane Jerry Falk, scrittore di battute comiche per cabarettisti di dubbia qualità intrappolato in una serie di relazioni dalle quali non riesce a staccarsi: dalla sua capricciosa e volubile ragazza, Amanda (Christina ricci), dall'impresario incapace (un ottimo Danny DeVito) e dal parassitario e sempre silente psicoanalista. Jerry sfoga allora le sua frustrazioni parlando e facendosi consigliare da David Dobel (Woody Allen), un anziano insegnante che sogna di lasciare tutto e scrivere anche lui pezzi comici, che alla fine lo aiuterà a liberarsi dalla ragnatela affettiva cui è invischiato e partire insieme a lui a cercare fortuna in California.
Preso di per sè il film non è nulla di eccezionale, insomma, il solito film di Allen, le solite battute divertenti e al limite dell'assurdo, i soliti dialoghi brillanti. E' insomma un revival dei vari "Manhattan" e " Io e Annie", solo che il feeling non è purtroppo lo stesso.
C'è però un elemento di novità, o meglio un elemento di cambiamento (termine) nella produzione alleniana. Il ruolo di Dobel non è semlicemente quello dell'amico-confidente che aveva Tony Roberts nei film di Allen; Dobel è un doppio di Jerry,i due sono personaggi praticamente identici, entrambi ebrei, entrambi scrittori comici con grandi ambizioni, entrambi pieni di complessi; ma non sono esattamente uguali: laddove Jerry preferisce l'immobilismo psicologico, David è capace di liberare le proprie emozioni e prendere decisioni sulla propria vita. Volendo capirci meglio David è un po' il Tyler Durden di Jerry (beh Woody e Brad qualche differenze ce l'hanno), e come Tyler in Fight Club, anche David, dopo che l'"allievo" ha preso coscienza delle proprie capacità, sparisce.
Ecco è proprio questa sparizione l'elemento di novità e di rottura. Con questa sparizione avviene un simbolico ma tangibile passaggio di consegne, tra il vecchio Woody e la nuova generazione di giovani attori (non necessariamente Biggs), di quel ruolo che lo ha reso celebre e che ha saputo interpretare in modo unico. Ecco quindi che l'insegnante David diventa insegnate Woody, che educa Jerry-Biggs a essere come lui, pronto a farsi da parte quando questo insegnamento è finito, non solo, è come se Allen proiettasse sulla nuova generazione le sue speranze: Jerry riesce a recidere il suo cordone ombellicale che lo lega a New York e a cercare una vita altrove, una cosa che i personaggi di Allen non hanno mai avuto la forza e la voglia di fare, e che Allen stesso non saprebbe fare.

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postato da: dedalus1 alle ore ottobre 08, 2003 23:39 | link | commenti (3)
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Burton returns!
Tim Burton è tornato. E' con grande emozione che lo dico perchè nel guardare il trailer appena uscito della sua ultima creatura mi sento elettrizzato, eccitato, impaziente come raramente mi sono sentito di fronte a una mera presentazione e qualche dettaglio sulla trama... E lo ripeto perchè sia chiaro: Tim Burton è tornato! Anzi, mi sbilancerò ulteriormente: Tim Burton è tornato ed è più grande che mai. Perchè "Big Fish", questo il titolo, è uno di quei film che (per come la vedo io) puzza di capolavoro lontano un miglio. Si racconta la storia di William Bloom (il talentuoso e sottovalutato Billy Crudup) che dopo un lungo periodo di lontananza è costretto a tornare a casa, su richiesta della madre (Jessica Lange), per assistere il vecchio padre morente, Edward (Albert Finney). Nel tentativo di ricostruirne la vita e di comprenderne l'esistenza William cerca di rimettere in piedi la sua storia attraverso gli innumerevoli racconti più o meno fantasiosi fattigli dal padre. Riviviamo così la vita del giovane Edward (Ewan McGregor), le sue infinite avventure, i suoi incredibili viaggi e la storia d'amore con la giovane Sandy, sua futura moglie (Alison Lohman).
Con un espediente a dir poco intelligente Burton racconta una favola che ne contiene mille altre e può così dare libero sfogo alla sua vena immaginifica e fantastica, ricreando una diversità e una varietà di situazioni altrimenti inconciliabili. D'altra parte il suo stile si concilia alla perfezione con le tematiche della pellicola e ogni immagine del trailer è pura gioia per gli occhi. Potrà forse lasciare un po' perplessi coloro che si erano affezionati al Burton gotico, spettrale, dark di "Nightmare Before Christmas", "Edward mani di forbice" o "Sleepy Hollow", ma d'altronde è un piacere vedere un genio dell'immagine come Burton dedicarsi a nuove e più varie atmosfere. Anche il cast è di quelli delle grande occasioni e oltre ai già citati protagonisti saranno presenti anche Danny DeVito, Helena Bonham Carter e Steve Buscemi.
Insomma, io sono già in attesa anche se mi toccherà aspettare molto a lungo. La data di uscita è prevista per il18 dicembre nella sola New York e in Canada. Per quanto riguarda il resto degli States slitta curiosamente di più di un mese (23 gennaio). In Europa arriverà già una settimana dopo, ma per vederlo doppiato nel nostro paese dovremmo forse aspettare la primavera. Intanto godetevi il trailer appena uscito e rendete giustizia alla meravigliosa locandina gustandovela in un formato più appropriato. Che altro posso aggiungere? Ah, si... TIM BURTON E' TORNATO!



postato da: dedalus1 alle ore ottobre 08, 2003 01:03 | link | commenti (14)
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lunedì, ottobre 06, 2003

Kill Zatoichi
Da quando è stato presentato trionfalmente al festival di Venezia, vincendo anche il premio alla regia, il nuovo film di Kitano è entrato direttamente nella mia lista dei film più attesi della prossima stagione. "Zatoichi", questo il titolo, è un film in costume ambientato nelle campagne giapponesi dell'800 e racconta la storia di un maestro di spada cieco (ovviamente interpretato da "Beat" Takeshi) e della sua lotta contro una banda di banditi che vessano un piccolo paese (vi dice niente?). Zatoichi è caratterizzato da un look a dir poco insolito, soprattutto per il Giappone di quel periodo: capelli cortissimi e color platino per un immagine che ricorda più quella di un fumetto che quella di un samurai. Una nuova incursione per il regista giapponese in un genere a lui del tutto estraneo che ripropone la volontà di sperimentare già vista in "L'estate di Kikujiro" e "Dolls" e omaggia il maestro Kurosawa riinventandolo da zero. Il film presenta una quantità di violenza inedita anche nelle precedenti pellicoli di Kitano, che già erano caratterizzate da tinte piuttosto forti e il numero di combattimenti e di morti è altissimo. Il film è atteso per dicembre in Italia, ma se, come per me, l'attesa è dura, ammorbiditela con il trailer. Districarsi fra gli ideogrammi non è così difficile!
Un altro è il film da tutti atteso in cui la violenza la fa da padrona e i combattimenti all'arma bianca impazzano. Lo ha girato un americano che da sempre idolatra Kitano e lo cita tra le sue massime fonti di ispirazioni: proprio lui, Quentin Tarantino. Che si può dire? Great minds think alike.


postato da: dedalus1 alle ore ottobre 06, 2003 23:33 | link | commenti (4)
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domenica, ottobre 05, 2003

Coen Bros
Vi riporto una divertente intervista a tre con George Clooney e I fratelli Coen a proposito del loro ultimo lavoro, Intolerable Cruelty (disgraziatamente tradotto in italiano con Prima ti sposo, poi ti rovino, in uscita in Italia il 17 Ottobre).
In un'altra intervista invece i vulcanici fratelli annunciano di aver appena finito di girare il remake di The Ladykillers con Tom Hanks e Irma hall, che uscirà negli States solo la prossima primavera.

postato da: RedmondBarry alle ore ottobre 05, 2003 19:36 | link | commenti (5)
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sabato, ottobre 04, 2003

Il ladro di (orch)idee
Charlie Kaufman è quel rarissimo esempio, almeno in ambito cinematografico, di artista naturalmente portato all'originalità. Con soli quattro film all'attivo ("Essere John Malkovich", "Human Nature" "Confessioni di una mente pericolosa" e "Adaptation") lo sceneggiatore americano si è già ritagliato un ruolo importante nel cuore di critici e in particolare del pubblico arrivando a essere uno dei pochi sceneggiatori "non registi" famosi di Hollywood. La sua capacità di inventare situazioni completamente nuove, di fornire punti di vista del tutto nuovi e originali in un arte che troppo spesso soffre di "già visto" come il cinema rendono le "sue" (chi l'ha detto che i film sono solo del regista?) pellicole un'esperienza sempre nuova e affascinante. Non possiamo quindi che gioire nel costatare che il buon Kaufman sta certamente attraversando una fase di grazia e dopo aver sfornato ben due dei migliori film americani della stagione passata (almeno per quanto mi riguarda) si prepara a regalarci un altro lavoro decisamente promettente.
Sono infatti da poco finite le riprese (così sostiene IMDB qui) di "Eternal Sunshine Of The Spotless Mind" nuovo frutto degli sforzi congiunti di Charlie e del regista Michael Godry, già insieme per "Human Nature". Il film, in uscita il prossimo anno negli States racconta la storia di Joel (Jim Carrey) e della sua fidanzata Clementine (Kate Winslet). Una normale relazione in crisi, la loro, almeno fino a quando Joel non scopre che Clementine ha fatto rimuovere dalla sua mente ogni ricordo relativo alla loro vicenda. Anche Joel decide di sottoporsi allo stesso trattamento (qui) ma qualcosa va storto nel processo. Inizierà un viaggio allucinato nella sua mente e nei suoi ricordi a cui parteciperanno Joel stesso e il team di medici intenzionati a rimediare. I dettagli sulla trama finiscono (fortunatamente) qua ma è certa la presenza nel cast, oltre ai due protagonisti, anche di Tom Wilkinson, Kirsten Dunst ed Elijah Wood, tutti parte del team di medici che operano Joel. Insomma le premesse per un nuovo colpo di genio di Kaufman ci sono tutte, il cast è più che interessante e se la regia sarà all'altezza è probabile che Eternal Sunshine Of The Spotless Mind sarà un film da non perdere la prossima stagione.
Ah, dimenticavo... è uscito anche un Trailer: godetevelo! Dovete fare un po' di clic ma ne vale la pena!



postato da: dedalus1 alle ore ottobre 04, 2003 16:44 | link | commenti (2)
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Il Padrino parte 4
Ovvero come uccidere un mito. Nonostante Puzo sia morto nel 1999 a Hollywood hanno pensato bene che è un peccato non riesumare la sua opera che dormiva un glorioso sonno e hanno deciso di rimetterla in pasto alla macchina mangiasoldi che è il cinema mainstream. Insomma si sta allestando la sceneggiatura de Il Padrino 4 tratta da Omertà, l'ultimo libro di Mario Puzo. Per la regia si vocifera Scorsese, ma a me suona comunque come una profanazione di un mito. Spero proprio che il progetto fallisca.

postato da: RedmondBarry alle ore ottobre 04, 2003 13:17 | link | commenti (6)
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Il Genio Della Truffa
(or: Matchstick Men; USA 2003; col 116')

Ridley Scott cambia completamente genere, dopo Black Hawk Down e il Gladiatore fa quello che Spielberg ha fatto con "Prova a prendermi". Ed è un bene perchè quando dei grandi registi la smettono di giocare con la morale e i grandi temi, producendo film tecnicamente ineccepibili ma intellettualemnte discutibili, se ne escono con dei divertissment, divertono e convincono.
Protagonista del Genio della Truffa è Roy Waller, abile truffatore (ma va?) pieno di tic e fobie, interpretato da un Nicholas Cage sempre più a suo agio nei ruoli border-line (Face Off, Il ladro di orchidee). Suo socio e allievo è Frank Mercer (Sam Rockwell), cinico e casinaro, esattamente agli antipodi di Roy.
L'esistenza di Roy viene sconvolta quando scopre di avere una figlia, ormai quattordicenne,Angela (Allison Lohman) che entra nella sua vita, e deve trovarsi ad essere contemporaneamente un delinquente è un buon padre. Intanto Roy e Frank organizzano il classico "grande colpo" ma altrettanto ovviamente non fila tutto liscio: per non rovinarvi il finale posso dirvi che se lo scopo di un film di truffatori è quello di truffare anche lo spettatote, questo ci riesce alla grande con un finale sorprendente.
Il film ha un buon ritmo, e la coppia Cage - Lohman funziona molto bene, notevole sopratutto la prova della deliziosa ventiquattrenne che riesce ad interpretare in modo convincente una ragazzina 10 anni più giovane. Il film ha anche qualche difetto, la caratterizzazione del personaggio principale galleggia troppo sulle fobie superficiali, senza addentrarsi troppo nel personaggio e la sceneggiatura e la sceneggiatura è a volte indecisa se seguire il rapporto padre figlia o l'andamento della truffa. Resta comunque un buon film, specialmente se si pensa che il suo "rivale" è quell'insopportabile polpettone cool di Confidence.Una fatidiosa pecca della visione è stata l'incapacità di mettere a fuoco parte dell'immagine sullo schermo ma penso che Scott non abbia colpe in questo!

scheda imdb

postato da: RedmondBarry alle ore ottobre 04, 2003 12:31 | link | commenti (2)
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venerdì, ottobre 03, 2003

Woody spiega la fisica.
Woody Allen riesce a ricondurre la complessità della fisica al rapporto uomo-donna. (riesce?)
-Qui-.

postato da: RedmondBarry alle ore ottobre 03, 2003 18:30 | link | commenti (4)
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Moore e l'11/9
Il controverso regista Micheal Moore (Bowling for Columbine), sta preparando un nuovo documentario che sicuramente farà parlare di sè. Si chiamerà Farenheit 9/11 e tratterà dell'america post-11settembre e del coinvolgimento dell'amministrazione Bush.

postato da: RedmondBarry alle ore ottobre 03, 2003 17:58 | link | commenti
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Meditazione al Cinema
Ecco, questa secondo me è una grande idea, primo perchè potrebbe abbassare il prezzo del cinema che sta diventando un pochetto esoso, secondo perchè sarei un cliente. per me la sala cinematografica è il posto più rilassante del mondo: le poltrone comode, il buio, le luci sullo schermo, i suoni che riempono il posto. Ma la cosa più sorprendente è (non) sentire centinaia di persone tutte in silenzio (beh quasi...).
Altro che meditazione, io ci abiterei al cinema.

postato da: RedmondBarry alle ore ottobre 03, 2003 17:45 | link | commenti (4)
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Kill Bill Volume I
I miei dubbi stanno svanendo al crescere delle recensioni, Tarantino non deluderà! E' solo un po' fastidiosa questa cosa del film diviso in due parti, in fondo il film completo dura poco più di tre ore. Mica sei!
Comunque se siete assetati di notizie, eccovi una anticipazione: "Fantastico Kill Bill" (da Cinematografo.it)
[guarda anche qua e qua e ancora.Altro aggiornamento.]


postato da: RedmondBarry alle ore ottobre 03, 2003 14:40 | link | commenti (4)
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Buone Notizie!
Spike Jonze e Charlie Kaufman, rispettivamente regista e sceneggiatore di "Essere John Malkovic" e "Il ladro di Orchidee" sono di nuovo al lavoro assieme e questa volta si cimentano in un horror.leggi la notizia qui .

postato da: RedmondBarry alle ore ottobre 03, 2003 13:45 | link | commenti (2)
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A proposito di Effetto Notte, in questo link, c'è la programmazione di tutti i film se a qualche Genovese o limitrofo può interessare.


postato da: RedmondBarry alle ore ottobre 03, 2003 13:33 | link | commenti (1)
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Brian di Nazareth
(or: Life Of Brian; GB 1979; col 93')


Un film, ma in quel di Genova si è anch rivelato una specie di happening. Ieri sera , un umido giovedì sera una inaspettata quantità di gente si è trovata alla proiezione di Brian di Nazareth in una piccola sala genovese che ospita Effetto Notte, una bella rassegna cinematografica. Anche gli organizzatori si sono trovati decisamente spiazzati dall'enorme quantità di gente accorsa all'avvenimento e hanno dovuto organizzare una proiezione successiva su due piedi per cercare di accontentare tutti. La sala era poi, ovviamente, strapiena, molti cercavano sedili di fortuna o hanno addirittura guardato il film in piedi. Per un film normale ciò non è molto rilevante ma per questo, dove le risate si susseguono incessantemente, una sala strapiena fa certamente un bell'effetto (anche se le risate coprivano le battute successive, per fortuna era la mia seconda visione del film).
Il film dei Monty Python narra le disavventure di Brian Coen, Nazareno dirimpettaio di stalla del più famoso Gesù, che , infervorato dall'odio per i romani oppressori si iscrive all' FPG (Fronte Popolare Giudaico) e viene scambiato per un Messia, con esiti ovviamente disastrosi. La trama è comunque poco più che un pretesto per permettere al sestetto inglese di sfoderare una serie inesauribile si situazioni comiche e paradossali davvero irresistibili grazie al loro umorismo tagliente e molto "british".
Ma la comicità dei MP non è mai fine a se stessa, porta sempre con se una fortissima carica satirica che investe davvero tutto e tutti, dalla Religione alla Politica ai Costume e infatti proprio con questo film i MP si vantano di "aver fatto arrabbiare gente di tutte le religioni, cattolici, ebrei, protestanti, ortodossi, buddisti". Riprova ne è il fatto che il film, uscito in madrepatria nel '79 abbia passato le maglie della censura nel nostro paese soltanto nel '91.
Un film assolutamente imperdibile, la migliore prova dei MP, secondo me tra i picchi più alti raggiunti dalla comicità moderna. Sfortunatamente il film in Italia è quasi introvabile, esisteva una versione VHS ma non è stata più pubblicata, davero un peccato, ma se avete amici o conoscenti da cui potete farvela prestare fatelo subito!

scheda imdb

postato da: RedmondBarry alle ore ottobre 03, 2003 13:10 | link | commenti (4)
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