venerdì, aprile 14, 2006

Inside Man
[id - Lee - Usa 2006]
di RedmondBarry

Se la forza dei film di genere è quella del gioco tra regista e spettatore Spike Lee decide di esplicitarne le regole e delimitar il campo da gioco. Le regole ci sono spiegate dal rapinatore Cliwe owen e il campo delimitato dai cordoni rossi della polizia che separano e circondano la banca.
Le pedine  ini campo sono a loro volta giocatori, giocano a carte coperte tra di loro e verso di noi.
E il gioco è quello di un bank-robbing-movie, i rapinatori tengono in ostaggio i clienti della banca, il negoziatore interviene, la faccenda si complica dato che non-tutto-è-ciò-che-sembra, c’è il riconoscimento dell’intelligenza avversaria e l’andamento scacchistico.
La risoluzione della vicenda è piacevolmente anomala anche se non sorprendentemente ganassa come avviene, ad esempio, in un Ocean’s Eleven, la sceneggiatura ben oliata e un ottimo cast di attori fa funzionare a dovere il film ma lascia forse noscosto lo stile e il carattere di Spike Lee.
Cimentandosi in un film di genere ne accetta le regole e le sue classiche tematiche sono relegate in secondo o terzo piano, i problemi legati alla multietnicità newyorkese serpeggiano per tutto il film e vengono alla luce in episodi estranei all’economia del film come il dialogo con il poliziotto italo-americano e il maltrattamento del commesso indiano e sprazzi di una società impaurita dal diverso. Un po’ come dire “si, sto facendo un film di rapina ma sono sempre Spike Lee”.


postato da: RedmondBarry alle ore aprile 14, 2006 11:45 | link | commenti (5)
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sabato, aprile 08, 2006

Rosencrantz e Guildenstern sono morti
[Rosencrantz and Guildenstern are dead - Stoppard - USA/UK 1990]
di RedmondBarry

Sembra che in questo periodo io guardi soltanto film in un modo o nell’altro passano, sono passati o saranno passati anhe a teatro. E lo faccio anche con gusto. Forse dovrei smettere di vedere film e iniziare ad andare a teatro.
Ovviamente anche R&G sono morti è tratto da una pièce teatrale messa in scena fin dagli anni ’60.
R&G sono due personaggi minori dell’Amleto, i due amici d’infanzia del principe di Danimarca incaricati dallo zio usurpatore di scoprire il motivo della presunta pazzia di Amleto.
Nell’opera di Shakespeare i due personaggi sono poco più che due nomi, sono indistinguibili e rispondono come un solo uomo, si trovano impigliati nella storia senza coprenderla e tantomeno potendola modificare. Anche la loro morte è tanto insignificante da non essere mostrata ma solo riferita nelle ultime battute dall’ambasciatore inglese giunto a Elsinor.
Chi siamo? Cosa facciamo? Non sono solo domande esistenziali per i R&G dell’opera di Stoppard, la loro condizione di personaggi marginali e indefiniti li pone nel mondo incompleti e senza identità. Non sanno nemmeno chi sia l’uno e chi sia l’altro, tentano di capirlo ma senza successo dato che a nessuno di coloro che fanno la Storia interessa distinguerli. Almeno, si dicono, hanno di fronte solo due possibilità, o Rosencrantz o Guildernstern, ma non possono scegliere.
R&G si trovano catapultati nei momenti principali della tragedia con beata innocenza, mentre parlano parlano parlano e cercano di capire. Devoo capire che domande fare. Ad Amleto ma prima ancora a loro stessi. E le domande si accavallano e diventano pure un gioco, e anche quando indovinano le domande a mancare sono le risposte.
Il castello di Amleto sembra un palco teatrale labirintico, vagando e discutendo R&G si trovano sempre sulla “scena” al momento giusto, con loro grande stupore, un palco fatto anche di giochi metateatrali, arrivando anche ad una rappresentazione di terzo livello (non so se sia corretto dire così ma tanto per capirci).
R&G sono l’emblema della modernità, l’incomunicabilità, il bisogno ossessivo di fare domande, le scoperte rivoluzionarie che non si accorgono di scoprire ma soprtatutto la loro indefinitezza e incapacità di comprendere e modellare gli eventi e i tempi in cui sono immersi.
Detto così questo film sembra un noiosissimo esercizio di spocchia, ma oltre a essere un film intelligente e affascinante R&G è anche molto divertente grazie all’irresistibile duetto di Gary Oldman e Tim Roth, due grandi attori che cinguettano per tutto il film dialoghi surreali nel loro delizioso inglese shaekespeariano, farcendoli di divertenti giochi letterari ( va da sé che il film deve essere visto tassativamente in inglese visto che con il doppaggio molte cose diventano incomprensibili e si perde gran parte del suo fascino).
Se qualcuno è a conoscenza di una versione dvd con sottotitoli in inglese me lo faccia sapere, e se ne prouri una copia anche per se. Prezioso.


postato da: RedmondBarry alle ore aprile 08, 2006 11:28 | link | commenti (2)
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mercoledì, aprile 05, 2006

Factotum
[id - Hamer - USA/NOR 2005]
di RedmondBarry

Dillon/Chinasky/Bukowsky si muove in un orizzonte squallido fatto di infimi locali, letti sporchi, bottiglie vuote e donne sciatte e trasandate. Chinasky si muove in questo stretto orizzonte e si muove pesantemente, lentamente, strascicando, strizzando gli occhi per lenire il mal di testa. Non comunica con gli altri ma si esprime a sospiri, grugniti, rutti e silenzi.
L’azione del film è volutamente senza senso, non si capisce dove stiano andando i protagonisti e neanche il perché delle loro azioni. La mdp segue Chinaski, da un lavoro all’altro, da un letto all’altro, da un bar all’altro, episodi che non raccordano, e non raccontano una storia ma tratteggiano un’affresco composto dai fantasmi dell’American Dream, da tenere nascosti come reietti, quelli che fanno crollare il dogma volere è potere su cui si fonda la grandiosità e supposta superiorità di un intero popolo.
Se Bukowsky ne era il cantore Hamer ne è buon pittore, capace di dipingere la sua tela di niente eppure riempirla, azioni e tempi cigolanti e la capacità tutta scandinava di rendere i silenzi più esplicativi che le parole. Un ottimo connubio quello dei deserti (urbani, umani) e quelli di Hamer (di ghiaccio).
Un film lento, svuotato, antihollywoodiano. Bukowskiano. Credo.

 


postato da: RedmondBarry alle ore aprile 05, 2006 16:00 | link | commenti (2)
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martedì, aprile 04, 2006

Rent
[id - Columbus - USA 2005]
di RedmondBarry

Per celebrare un decennio di rappresentazioni nei teatri di Broadway Rent diventa un film e raggruppa gran parte del cast originario che ripresenta quindi una messa in scena piacevolmente teatrale: non avendolo mai visto a teatro questa è la mia visione (e ascolto) del musical. Ed è un gran bella sensazione.
In poche parole si tratta di una Bohème di fine millennio, la sceneggiatura è presa pari pari dal libretto dell’opera di Puccini; Parigi diventa New York, lo scrittore musicista o regista e alla TBC si sostistuisce la più moderna e spietata HIV.
E questa sindrome è una presenza costante in tutto il film, i gruppi di supporto, l’AZT e soprattutto tutte le conseguenze psicologiche che essa porta, prima su tutti la possibilità di amare ancora. E questa costante e reale presenza della malattia conferisce al film una vena malinconica, sempre in bilico tra la gioia della celebrazione della vita e dell’amicizia e la consapevolezza della sua caducità; dell’ingiustizia di subire una condizione che a quel tempo (siamo alla fine degli anni ’80) non si conosceva e non si poteva prevenire.
E tutto questo viene amalgamato ed esaltato dalla musica, il cuore di un musical e in questo caso cuore pulsante e bellissimo.
Se guardo i Pinocchio e i Gobbi di casa nostra (sic!), musicati dai Pooh e da Cocciante (sic!) Rent mi sembra una piscina in mezzo al deserto, quasi un miracolo per noi abituati alla Cuccarini.
Rent non ha solo canzoni belle, moderne e coinvolgenti per un musical. Sono belle canzoni a prescindere dalla loro rappresentazioni. Tanto per capirci “This Jesus must die”  di JCS è un pezzo di storia del musical e fa la sua porca figura quando viene cantato a teatro o al cinema, ma al di fuori del suo contesto suona abbastanza ridicolo.
Molti dei brani di Rent come One Song o il brano omonimo potrebbero tranquillamente passare sulle radio e brillare di luce propria e una canzone come Out Tonight potrebbe comparire tranquilla mente nelle più raffinate pop-charts.
Divertente, emozionante e un piacere da ascoltare. Che chiedere di più a un musical?


postato da: RedmondBarry alle ore aprile 04, 2006 12:58 | link | commenti (1)
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lunedì, aprile 03, 2006

Coming soon:

postato da: RedmondBarry alle ore aprile 03, 2006 15:09 | link | commenti
categorie: coming soon
sabato, aprile 01, 2006

Interstella 5555
[id - Matsumoto - Jap/Fra 2003]
di RedmondBarry

Sinfonia, opera house, videoclip. Difficile trovare una definizione per questo lavoro che ha come suo maggiore punto di forza proprio lìoriginaltà o quantomeno la non tipicità.
Matsumoto mette in scena Discovery dei Daft Punk, un disco che nasce come space-prog-house (spocchia rulez) e che ben si sposa con le visioni fanta-barocche del Matsumoto di Galaxy 999 e di Capitan Harlock, lavori dai quali il disegnatore ricicla pesantemente.
Un’ora e spiccioli di musica e immagini, fatte le dovute proporzioni una specie di Fantasia con l’iconografia “anime” al posto di quella Disney e la musica digitale (bella, bellissima) del duo francese al posto dell’orchestra sinfonica.
Interstella 5555 funge da raccolta, raccordo e espansione dei videoclip prodotti per i songoli dell’album. Una storia di fanta-music-biz (e sto andando in overdose di definizioni trattinate) dove un malvagio manager rapisce i migliori talenti musicali della galassia per schiavizzarli sulla terra e raccogliere abbastanza dischi d’oro (5555 appunto) per poter creare lo strumento di dominio del mondo. Almeno è quello che mi è sembrato di capire dato che la narrazione è affidata solo alla immagini. Non ci sono linee di dialogo, solo la musica a scandire ritmi, tempi e atmosfere.
E quando l’adesione ritmica-emotiva tra musica e video combacia e si sviluppa Interstella diventa un perfetto connubio tra videoclip e film esaltando l’immediatezza emotiva dell’uno e il coinvolgimento narrativo dell’altro. Ma ci sono anche momenti in cui questa simbiosi si sfalda rivelando tutti i limiti e la pochezza dell’apparato narrativo che spesso e volentieri deborda nel ridicolo e nel banale e sono quei momenti in cui viene l’istinto di “skippare” alla traccia successiva.
Resta il piacere di una visione (e ascolto) diversa dal solito, ottima come installazione per un locale all’avanguardia, imperdibile per chi ama “anime” e il duo francese (i.e.: me), prescindibile per chi ama solo una delle due cose, evitabile per tutti gli altri


postato da: RedmondBarry alle ore aprile 01, 2006 12:25 | link | commenti
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venerdì, marzo 31, 2006

Steamboy
[Suchîmubôi - Otomo - Jpn 2004]
di RedmondBarry

Peccato. Peccato che Steamboy non soddisfi le mie (enormi) aspettative, la memoria di Akira era forse troppo forte nel mio cuore e il nuovo anime di Otomo non gli ruba neanche un piccolo spazio.
Intendiamoci, il film di Otomo è di ottima fattura, denso di spunti interessanti. ma spunti mai colti appieno, mai sviluppati.

Otomo imbastisce una splendida londra vittoriana steam-punk, dove la tecnologia del vapore ha raggiunto il suo apice e permette di dare vita a immensi macchinari, veicoli e robot. Il protagonista è Ray, un ragazzo ultimo nato di una famiglia di geniali inventori e scienziati, che alla vigilia della grande esposizione di Londra si trova coinvolto in un conflitto per accaparrarsi il dispositivo decisivo per dominare la tecnologia bellica.

Mischiando lotte familiari, etica scientifica e riflessioni sulla natura umana la sceneggiatura avanza incerta, trattando tutti i temi con superficialità e sopratutto trascurando la caratterizzazione dei personaggi e le loro dinamiche comportamentali. Anche graficamente si nota una cura approssimativa dei protagonisti, mentre un tratto più originale e convincente è destinato ai personaggi secondari.

Probabilmente in forma di manga (ma esiste?) Steamboy sarebbe una capolavoro, dando tempo alla matita di Otomo di tratteggiare personaggi e sviluppare la bellissima ambientazione che è sfrutata davvero male. Peccato.

postato da: RedmondBarry alle ore marzo 31, 2006 11:24 | link | commenti (2)
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giovedì, marzo 30, 2006

Good Night and Good Luck
[id - Clooney - USA 2005]
di Redmondbarry

Pescando tra gli innumerevoli film che mi sono perso l’anno scorso mi ritrovo tra le mani questo Good Night and Good Luck di cui tutti hanno parlato bene e che ha avuto (mi sembra) un bel successo di critica se non anche di botteghino.
Sobrio, elegante, ben recitato, ben girato, quello che volete, solo che è difficile definirlo un film. GNaGL è un docu-fiction, molto più votato al docu che al fiction. I personaggi del film esistono solo nella dimensione storica, perfettamente conosciuta e caratterizzata dal pubblico americano, ignota ed estranea per il resto del pubblico mondiale. Chi è Murrow? Perché decide di intraprendere la sua lotta? Com’è l’America di quegli anni? Perché McCarthy fa quello che fa? Insomma in un documentario basato sullo scontro McCarthy-Murrow queste domande sono forse inutili o qualtomento il regista dà per scontate le risposte, in un documentario non ci interessa il conflitto interiore di Murrow, in un film si. I film raccontano storie, i documentari la storia, in modo più oggettivo possibile. E il massiccio utilizzo di immagini di archivio definisce maggiormente la forma documentaristica, mettendo in secondo piano quella narrativa.
Un film carente di storia o un documentario carente di fatti. A metà strada tra questi due generi GNaGL prende la forma di pamphlet polemico/politico. In generale mette in guardia sulla periolosità della politica fatta l’uso dei media (e ci sono un paio di passaggi che sembrano ritagliati sul nostro amato cavaliere), in particolare vuole esaltare l’importanza delle voci libere del giornalismo e in generale dell’opinione pubblica e stigmatizzare le battaglie politiche dei media (in questo caso giornali) contro personaggi pubblici dalle idee politiche diverse. Un po’ come la repubblicana e filo-bushiana Fox sta facendo contro il povero George.
Importante documento politico-storico-sociale, film presto dimenticato. A ciascuno decidere quale è la caratteristica più importante.

 


postato da: RedmondBarry alle ore marzo 30, 2006 13:36 | link | commenti
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V per vendetta
[V for Vendetta - McTeigue - USA/Ger 2005]
di RedmondBarry

Come per tutti i film tratti da fumetti e in generale per tutte le trasposizioni cinematografiche di opere con una iconografia ben definita e conosciuta, è molto difficile (e spesso futile) separare l’anlisi del film dalla sua matrice originale e tenere spartire i meriti (difetti) all’uno e dell’altro.
Facciamo quindi finta di essere in un mondo dove VpV sia solamente un film prodotto dai fratelli Wachowski e non un (o una?) graphic novel di Moore.
Il Regno Unito del prossimo futuro è la più grande potenza mondiale dominata da un regime totalitario che si è macchiato di orrendi crimini per conquistare il potere. V è il vendicatore mascherato che nella ricorrenza della congiura delle polveri, il 5 novembre, decide di metter in atto il suo piano che porterà al risveglio delle coscienza e al rovesciamento del dittatore.
V inndossa un costume settecentesco tutto nero e una maschera di Guy Fawkes (google it!) che non si toglie mai.
Questa la storia, raccontata e intrecciata con quella di Evey, una bellissima Natalie Portman con un passato doloroso e scelte difficili all’orizzonte.
Un film che tra le tante definizioni descriverei come potente. Non tanto per l’azione, che è limitata rispetto al dialogo e alla narrazione, quanto per la decisione e il manicheismo con cui si confronta con temi (terrorismo, violenza giusta) che al giorno d’oggi si tendono ad affrontare con molta prudenza e troppo politically correct. Il verbo di V non è pace e perdono ma distruzione e vendetta, anzi, V non è più un uomo,  Le scelte che compiono i personagggi sono estreme, definitive e liberatorie. E questo fa di VpV un opera viva, non accomodante. Coerente, in un certo senso
La bellezza del film è la bellezza del  personaggio di V, anche se forse definirlo personaggio è improprio. V funge più che altro da specchio che (fa) riflette(re) le persone con cui viene a contatto, diretto o indiretto che sia. La persona V è sparita molto tempo prima e sulla pelle morta ne ha costruita un’altra fatta di migliaia di altre pelli fino a renderlo unico e indistinguibile e dunque appropriabile da chiunque ne senta il bisogno e infferabile per chi abbia il bisogno di distruggerlo.
Un film che più che giocare su temi forti del futuro orwelliano insiste sull’utilizzo e la forza dei simboli e dei segni, la potenza del gesto.
Come uso delle produzioni Wachowsky, tanta carne al fuoco, citazioni, rimandi, sottotesti. Come al solito tutto un po’ troppo evidente e grossolano. Ma questa volta gliela facciamo passare visto che il film alla fine piace e diverte. Il regista non lo cito neanche dato che in questo film è inutile, anzi, forse dannoso.


postato da: RedmondBarry alle ore marzo 30, 2006 13:03 | link | commenti (1)
categorie: recensioni, prime visioni
sabato, marzo 25, 2006

Il Caimano

[Moretti - Italia 2006]

di RedmondBarry

Iniziamo subito dicendo che politica o meno, Berlusconi o meno, Il Caimano è un film bellissimo.

Tutti (quasi) si aspettavano da Moretti un feroce phamplet anti-berlusconiano, un 9/11 all’italiana, sul sito dei giovani di FI (sigh) si proponeva di boicottare il film prima ancora di averlo visto, le reazioni dei politici, è antidemocratico, fa bene al centodestra, fa bene al centrosinistra, i comunisti alla ribalta… insomma si sono detto un sacco di cazzate (scusate il francesismo) col tipico savoir faire italiano del “buttiamola in caciara.. poi si vedrà”.
Il film, prima ancora che uscisse, era diventato un evento politico più che cinematografico,alla anteprima della stampa c’erano più giornalisti politici e editorialisti che critici. Un insulto al cinema. Al contrario del film, che è un atto di amore verso il cinema.

 Bruno (Silvio Orlando) è un piccolo produttore cinematografico che non fa un film da dieci anni, vessato dai debiti e in crisi con la moglie (Margherita Buy). Dopo l’ennesimo progetto che non va in porto una ragazza senza esperienze cinematografiche,Teresa (Trinca), gli propone una sceneggiatura da produrre: il Caimano. Bruno accetta più per disperazione che per convinzione e quasi non  legge nemmeno lo script. Cosa che si rivela un errore. Quando infatti capisce  che si tratta di un film su Berlusconi cominciano i problemi…

 Dicevamo che Moore e i suoi documentari politici non c’entrano nulla con questo film, al contrario qui siamo nel Cinema puro, nel cinema che si nutre di Cinema e di vita. Durante il film pensavo al Truffaut di effetto notte, al suo sguardo ingenuo e affettuoso. Come ha detto Moretti stesso questo è un film sul Cinema e sull’Amore, non su Berlusconi.
Ma allora tutto il Berlusconi che c’è nel film? Berlusconi è lo sfondo e il territorio in cui si muovono i personaggi. Lo dice spesso nel film, Berlusconi è l’Italia negli ultimi vent’anni, ormai le vecchi antagonismi destra-sinistra, cattolici-atei sono superati, uniti e umiliato in un unico grande antagonismo tra berlusconiani e anti-berlusconiani. Berlusconi ha segnato nel bene(?) e nel male(!) la vita italiana, non solo quella politica. Il Berlusconi di Moretti più che una persona in carne ed ossa è una Mantra per liberarsi una volta per tutte dall’ossessione Italiana su Berlusconi e una antidoto personale, psicologico più che politico, por sopravvivre in questa epoca berlusconicentrica. Insomma una vera e propria boccata d’aria.

 La storia si muove su tre livelli, legati da un filo meta-narrativo solido e grandioso: lo zeitgeist (Nanni mi piglierebbe a schiaffi, lo so) dell’Italia del nuovo millennio.
C’è il livello puramente narrativo, quello dove si muovono Bruno, sua moglie, Teresa e tutti gli altri personaggi. Già da solo questo livello sarebbe sufficiente per un grande film, gli attori sono tutti bravissimi ed è il film più divertente di Moretti da anni. Si ride e di gusto, non il vecchio sorriso di complicità comunista dei film precedenti.
C’è poi il livello metafilmico, il fuminannte esordio di CataRatte, vecchia pellicola prodotta da Bruno da cui è tratto anche lo spassosissimo episodio della morte critico culinario (e ci sarebbe da approfondire l’ossessione di moretti per le cucine). Ma soprattutto c’è l’unica scena girata del Caimano, l’ultimo giorno del processo contro il Caimano. Una sequenza che conclude il film in maniera grandiosa anche se mette i brividi. Provare per credere.
E infine (o doveva essere al principio?)c’è un terzo “livello”, più sottile che serpeggia per tutto il film. E’ la parte che Moretti si ritaglia se stesso nel film. E’ l’attore arrogante che alla fine interpreta il Caimano nel film. Il Moretti attore non sembra dialogare con gli altri personaggi ma piuttosto parla direttamente agli spettatori in sala, prima rassicurandoli, che non è un film su Berlusconi, che non serve fare film politici perché chi non vuol vedere non vede e chi vuole ha già visto e facendoli ridere con inequivocabili ammiccamenti.

Ma nella prima scena del caimano metafilm e prima del caimano film il Moretti-attore cambia il registro con cui si rivolge agli spettatori. Con uno stile conciso, asciutto e severo delinea un panorama agghiacciante della fine del Berlusconismo.

 Se Moretti fosse più egoista sarebbe universalmente acclamato come il miglior regista italiano, titolo che senza dubbio si merita. Miglior film italiano da non so quanto tempo. Punto.


postato da: RedmondBarry alle ore marzo 25, 2006 21:03 | link | commenti (7)
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